martedì 5 aprile 2016

Pons asinorum

Un consiglio che mi permetto di dare alle matricole della Facoltà di Teologia Valdese è di scegliere come primo esame proprio il più mastodontico: Storia della Riforma (oltre 2200 pagine!).

Il consiglio vale soprattutto per i meno esperti di teologia calvinista - per l'esame infatti non si studia solo la storia vera e propria, ma anche il pensiero dei Riformatori, e perciò lo studente impara i presupposti di tutti gli esami successivi.

Mi sarebbe stato più facile Introduzione all'Antico Testamento, e più proficuo Introduzione al Nuovo Testamento, se avessi dato prima quell'esame; gli unici esami che non vengono facilitati, a mio avviso, dall'aver dato prima Storia della Riforma, sono quelli di ebraico e greco biblico.

Spiace cominciare una facoltà proprio dall'esame più grosso, ma così si capisce subito se si può trarne profitto. Per quello l'ho chiamato "pons asinorum".

Raffaele Yona Ladu

giovedì 17 marzo 2016

Differenze tra papà e mamma nella lingua ebraica





Lo studio che vi propongo non è di gran valore - aiuta però a relativizzare i punti di vista che i no-gender nostrani stanno assolutizzando e fanatizzando.

Si ripete fino alla noia agli studenti di ebraico ed arabo e delle altre lingue semitiche, che la maggior parte delle parole deriva da radici trilittere, cioè di tre consonanti - nelle lingue semitiche, al contrario che nelle lingue indoeuropee, le vocali non hanno dignità di lettere dell'alfabeto.

Non sempre però si ricorda agli studenti (lo faceva il lessicografo Marcus Jastrow, autore di [1a] ed [1b]) che molte radici trilittere sono ampliamenti di radici bilittere, cioè di due consonanti sole, e che la radice bilittera può essere perciò considerata la capostipite delle altre.

In ebraico "padre" si dice אב = av, e "madre" si dice אם = em; vi rendete conto che le due radici hanno due lettere ciascuna, e vediamo ora che "figli" hanno.

Oltre ai "figli" esaminiamo i "nipoti" - non sono molte, ma nelle lingue semitiche ci sono pure radici quadrilittere, cioè di quattro consonanti.

Le radici sono elencate secondo l'ordine dell'alfabeto ebraico, e perciò anche אב = av = padre viene prima di אם = em = madre. Chiedo scusa alle gentili signore.

  • אב = av = padre
  • אם = em = madre

In questo lavoro le opere più utili sono state [1a] ed [1b]; [2] è un dizionario dell'ebraico biblico piuttosto vecchio, ma ha ancora un pregio per lo studente principiante: comprende tutte le forme flesse, attestate nella Bibbia, delle parole; [3] offre interessanti suggerimenti, ma non si può usare da solo.

Raffaele Yona Ladu, ebreo

venerdì 11 marzo 2016

Gregorio contro Tommaso



Una domanda che mi è stata posta da un amico cattolico (anzi, francescano) è perché i luterani ed i valdesi sono più flessibili dei cattolici nei confronti dell’omosessualità, bisessualità, transessualità.

Credo che uno dei motivi lo spieghi il libro [1], che ho studiato per l’esame di Storia della Riforma.

È noto che Lutero, Calvino ed i loro discepoli si sono ispirati alla dottrina della grazia di Agostino d’Ippona (innovandola, s’intende); un po’ meno noto è che Agostino, prima dei riformatori, ha ispirato una corrente della Scolastica chiamata “schola augustiniana moderna”, di cui l’esponente più eminente è stato Gregorio da Rimini (?-1358), eremitano agostiniano.

È un pensatore poco noto, perché nelle storie della filosofia, anche della Scolastica, viene schiacciato da colossi come il domenicano Tommaso d’Aquino ed il francescano Duns Scoto – ma sia Lutero che Calvino entrarono probabilmente in contatto con la sua scuola di pensiero.

Quello che fa notare McGrath, oltre all’affinità della sua dottrina della grazia (da cui discendono, già in Agostino, quella della giustificazione e quella della predestinazione) con quella dei riformatori, è che, mentre Tommaso d’Aquino e Duns Scoto sono dei realisti (il primo più moderato del secondo), Gregorio da Rimini è un nominalista.

I termini “nominalismo” e “realismo” vigono nella disputa degli “universali”, che si può riassumere così: le categorie concettuali con cui classifichiamo gli esseri (cioè gli “universali”) hanno una realtà oggettiva, oppure sono pure costruzioni intellettuali?

I realisti moderati come Tommaso d'Aquino ritengono che gli universali siano oggettivamente esistenti, ma solo Dio li possa conoscere “ante rem”, cioè a priori, mentre noi ci dobbiamo accontentare di conoscerli “post rem”, cioè a posteriori; se siamo bravi, possiamo individuarli pure “in re”, in quanto costituiscono l’essenza degli enti, apprezzabile con il ragionamento.

Il nominalista Gregorio da Rimini, invece, ritiene che essi non abbiano realtà oggettiva: noi non possiamo fare a meno di costruirli a causa delle limitazioni del nostro intelletto; l’Eterno invece, non avendole, può trattare singolarmente con tutti gli esseri individualmente presi, senza categorizzarli.

Potrei dedurre dal nominalismo che non categorizzare (le persone) senza necessità non significa solo applicare il “rasoio di Occam” (“è inutile fare con tante cose quello che si può fare con poche”, più noto nella forma "non si devono moltiplicare gli enti più del necessario"), non significa solo scansare il rischio di discriminazione, ma è anche “imitatio Dei”: come l’Eterno non categorizza, così dobbiamo fare il possibile per evitarlo.

E se proprio lo si deve fare, si abbia l'umiltà di riconscere che la classificazione ha uno scopo utilitario, e non ambisce a riprodurre una visione metafisica del mondo. E deve giovare, non nuocere; rispettare l'identità delle persone, non misurare il loro scarto rispetto ad un ideale metafisico.

Come programmatore di computer tendo al nominalismo: non pretendo di riprodurre in un database una visione del mondo che catturi l’essenza degli oggetti che tratto, ma solo i loro tratti essenziali per risolvere i problemi che affronto.

Per esempio, nello schedario generale rapporti di una banca non viene indicato se il cliente persona fisica è invalido civile e con quanti punti, perché qui il dato è irrilevante; invece può essere molto utile nel libro matricola di un’azienda, in quanto l’eventuale invalidità conferisce dei privilegi al lavoratore.

Tornando alla domanda iniziale, credo che il nominalismo dia alle teologie protestanti e riformate la flessibilità che manca a quella cattolica, improntata al realismo.

Se infatti si è convinti che gli universali siano oggettivamente esistenti, e si interpreta pedestremente Genesi 1:27 (“Maschio e femmina Iddio li creò”) come la dichiarazione che “mascolinità” e “femminilità” siano degli universali di cui le proprietà sono state stabilite ab aeterno, e che questi universali esisterebbero pure se, per assurdo, non esistessero esseri maschili e femminili che li incarnassero (allo stesso modo in cui il Teorema di Pitagora continuerebbe ad essere valido anche se nessuno più disegnasse un triangolo rettangolo), allora ci si mette nell’impossibilità di capire intersessualità e transessualità, mentre omosessualità e bisessualità vengono patologizzate.

Ricordo che l’Associazione Lieviti ha assunto questo nome proprio per protestare contro il binarismo dei sessi e dei generi – ci sono specie di ascomiceti in cui c’è solo un “mating type”, ed altre in cui ce ne sono centinaia, con complicate regole di accoppiamento; nel comune lievito di birra ci sono solo due “mating types”, ma il lievito selvatico (quello coltivato viene geneticamente modificato per impedirglielo) può passare agevolmente da un “mating type” all’altro. Sono organismi eucarioti esattamente come gli esseri umani, e questo smentisce che “mascolinità” e “femminilità” siano degli universali con proprietà stabilite ab Aeterno.

Ed una teologia cattolica nominalista mi pare possibile, visto che il nominalismo non è mai stato dichiarato eretico, se non nella forma estrema che aveva avuto in Roscellino, il quale aveva negato che esistesse una divinità comune alle tre persone della Trinità (ponendosi così fuori dal cristianesimo); il francescano Guglielmo d'Ockham fu processato e condannato, ma poi riabilitato; e né Gregorio da Rimini, né i suoi epigoni, sono stati condannati per questo  – sono i no-gender che pronunciano giudizi senza averne ricevuto l’incarico.

Ed il motivo è chiaro: gli storici del diritto che ho letto (vedi ad esempio [2]) avvertono che il passaggio dal diritto naturale al diritto positivo, e l’emergere dei diritti della persona, in contrapposizione all’inchiodarla ad un ruolo sociale prestabilito, è stato reso possibile dalla transizione dal realismo di Tommaso d’Aquino al nominalismo di Guglielmo d’Ockham (ripreso dal qui citato Gregorio da Rimini).

Ritornare al realismo significa ritornare al dispotismo. Vedete se vi conviene.

Raffaele Yona Ladu, ebreo.

sabato 20 febbraio 2016

Dall'evangelizzazione all'incarnazione

Eccovi altre considerazioni filologiche sul rapporto Primo/Secondo testamento.

Per i cristiani la parola "vangelo" ed il suo significato (non univoco nella letteratura neotestamentaria) è di fondamentale importanza; nella sua Introduzione al Nuovo Testamento /  Migliore, Franzo. - Messina : Rubettino , 1992, Franzo Migliore osserva che il termine "euangelion" si trova già nel greco classico per indicare il premio da dare a chi reca una buona notizia, e perfino il sacrificio con cui ringraziarne gli dei. Infine, diventa la buona notizia stessa.

Nella Settanta, il verbo derivato "euangelizomai" viene usato nella versione del Deutero Isaia per indicare una buona notizia molto particolare: l'annuncio della salvezza messianica.

Il Migliore cita Isaia 52:7-10 per dimostrarlo - per le mie considerazioni basta citare però il versetto 7:

[BHS] מַה־נָּאו֨וּ עַל־הֶהָרִ֜ים רַגְלֵ֣י מְבַשֵּׂ֗ר מַשְׁמִ֧יעַ שָׁלֹ֛ום מְבַשֵּׂ֥ר טֹ֖וב מַשְׁמִ֣יעַ יְשׁוּעָ֑ה אֹמֵ֥ר לְצִיֹּ֖ון מָלַ֥ךְ אֱלֹהָֽיִךְ׃

[LXX] ὡς ὥρα ἐπὶ τῶν ὀρέων, ὡς πόδες εὐαγγελιζομένου ἀκοὴν εἰρήνης, ὡς εὐαγγελιζόμενος ἀγαθά, ὅτι ἀκουστὴν ποιήσω τὴν σωτηρίαν σου λέγων Σιων Βασιλεύσει σου ὁ θεός·

[Nuova Riveduta] Quanto sono belli, sui monti, / i piedi del messaggero di buone notizie, / che annuncia la pace, / che è araldo di notizie liete, / che annuncia la salvezza, / che dice a Sion: / «Il tuo Dio regna!»

Chi può confrontare il greco con l'ebraico nota che l'espressione "מַשְׁמִ֣יעַ יְשׁוּעָ֑ה = annuncia la salvezza" è diventata "ὅτι ἀκουστὴν ποιήσω τὴν σωτηρίαν σου = perché farò udire la tua salvezza"; e "מָלַ֥ךְ אֱלֹהָֽיִך = il tuo Dio è diventato re" è divenuta "Βασιλεύσει σου ὁ θεός = il tuo Dio regnerà".

Un verbo al presente ed un verbo al perfetto sono diventati due verbi al futuro - questo conferma l'affermazione di Migliore, secondo cui il verbo "euangelizomai" non significa semplicemente riferire un fausto evento passato, ma annunciare una salvezza futura.

Vorrei aggiungere una cosa citando non più Isaia 52:7, ma Isaia 61:1 (mi spiace, qui le versioni ebraica e greca divergono alquanto, e mi tocca tradurle separatamente):

[BHS - HEB] ר֛וּחַ אֲדֹנָ֥י יְהוִ֖ה עָלָ֑י יַ֡עַן מָשַׁח֩ יְהוָ֨ה אֹתִ֜י לְבַשֵּׂ֣ר עֲנָוִ֗ים שְׁלָחַ֨נִי֙ לַחֲבֹ֣שׁ לְנִשְׁבְּרֵי־לֵ֔ב לִקְרֹ֤א לִשְׁבוּיִם֙ דְּרֹ֔ור וְלַאֲסוּרִ֖ים פְּקַח־קֹֽוחַ׃

[BHS - ITA] Lo spirito del mio Signore Iddio [1] è su di me, dacchè YHWH mi ha unto per annunziare la salvezza agli umili, mi ha inviato a bendare le ferite di chi ha il cuore infranto, a proclamare la libertà ai prigionieri, il rilascio ai reclusi.

[LXX - GRE] Πνεῦμα κυρίου ἐπ᾽ ἐμέ, οὗ εἵνεκεν ἔχρισέν με· εὐαγγελίσασθαι πτωχοῖς ἀπέσταλκέν με, ἰάσασθαι τοὺς συντετριμμένους τῇ καρδίᾳ, κηρύξαι αἰχμαλώτοις ἄφεσιν καὶ τυφλοῖς ἀνάβλεψιν,

[LXX - ITA] Lo spirito del Signore è su di me, dacché mi ha unto; per annunziare la salvezza ai poveri mi ha inviato, per guarire chi è devastato nel cuore, per proclamare ai reclusi la liberazione ed ai ciechi il ritorno della vista.

Se voi rileggete i brani biblici, colui che deve "annunziare la salvezza" ha anche il compito di "bendare le ferite di chi ha il cuore infranto, (...) proclamare la libertà ai prigionieri, il rilascio ai reclusi", oppure di "guarire chi è devastato nel cuore, (...) proclamare ai reclusi la liberazione ed ai ciechi il ritorno della vista".

E come fa tutto questo? Con la parola - l'annuncio di salvezza è "performativo", ovvero si realizza non appena viene proclamato. Colui che YHWH ha unto, inviandolo (in ebraico si dice "shalach", in greco "apostello") a fare quello che in ebraico si dice "bisser" ed in greco "euangelizomai", non deve soltanto "annunciare" la salvezza, deve "portarla, realizzarla".

E qui c'è una congettura di cui devo chiedere conferma o smentita a chi più esperto di me [2]: il verbo "bisser = euangelizomai = annunciare una buona notizia, portare la salvezza" ha in ebraico la stessa radice di "basar = carne".

Viene in mente il Vangelo secondo Giovanni, capitolo 1, versetto 14:

[Nestle-Aland 28] Καὶ ὁ λόγος σὰρξ ἐγένετο καὶ ἐσκήνωσεν ἐν ἡμῖν, καὶ ἐθεασάμεθα τὴν δόξαν αὐτοῦ, δόξαν ὡς μονογενοῦς παρὰ πατρός, πλήρης χάριτος καὶ ἀληθείας.

[Nuova Riveduta] E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre.

Gianfranco Ravasi non perde occasione di osservare che la parola "eskènosen = ha abitato" potrebbe essere stata scelta per la somiglianza con l'ebraico "shakhan = dimorare", da cui (ad esempio) "Mishkhan = Santuario" e "Shekhinah = l'aspetto immanente di Dio".

Quello che penso è che la locuzione greca "sàrx egéneto = è diventata carne" sia un tentativo di rendere il citato verbo ebraico "bisser = render carne", anche se con un'interessante novità: il verbo "bisser" è un "pi'el", cioè "causativo", ovvero il "mevasser = euangelistes = araldo di buone nuove" può solo "render carne" un'altra cosa, non se stesso.

In ebraico biblico esiste la forma hitpa'el "hitbasser", ma essa significa "ricevere una buona notizia (e goderne)"; nella lingua contemporanea si usa anche la forma pu'al "bussar" con il medesimo significato - ma quel verbo non ha in ebraico né classico né moderno la forma "nif'al", quella che potrebbe avere il significato di "diventare carne, fare di sé la salvezza che si annuncia", ovvero "incarnarsi".

Questo concetto è una novità dell'evangelista noto come Giovanni, non facile da riportare nella lingua ebraica; infatti nella classica traduzione del Nuovo Testamento in ebraico biblico dovuta a Franz Delitzsch (1813-1890), il versetto in questione appare così:
וְהַדָּבָר נִהְיָה בָשָׂר וַיִּשְׁכֹּן בְּתוֹכֵנוּ וַנֶּחֱזֶה כְבוֹדוֹ כִּכְבוֹד בֵּן יָחִיד לְאָבִיו רַב־חֶסֶד וֶאֱמֶת׃

L'espressione "nihyeh basar" è una traduzione letterale di "sàrx egéneto = è diventata carne", ed usa la forma "nif'al" del verbo "hayah = essere" per indicare il "trasformarsi" in carne - Delitzsch non ha voluto innovare/forzare la lingua ebraica.

Ciò non toglie che gli ebrei di oggi adoperino il concetto di "incarnazione", magari nel senso più generico di "assumere una forma corporea"; in questo caso però non si usa la radice di "basar = carne" ma quella di "golem".

La parola compare nella Bibbia solo una volta [Salmo 139:16], e viene interpretata come "massa informe, appena avvolta", e pertanto "feto" umano oppure (nella lingua contemporanea) "crisalide" di insetto. Perdonate se non vi parlo ora del Golem di Praga!

Il preclaro lessicografo e grammatico Heinrich Friedrich Wilhelm Gesenius (1786-1842), luterano, vide tipologicamente nel "golem" del Salmo il corpo mistico di Cristo, e questo aiuta a capire come gli ebrei abbiano derivato dalla radice i verbi:
  • "galam = avvolgere" [qal] (già nella Bibbia);
  • "gillem = incarnare, impersonare, interpretare il ruolo di ..." [pi'el];
  • "gullam = essere ritratto, espresso" [pu'al];
  • "hitgallem = manifestarsi, incarnarsi, diventare crisalide" [hitpa'el].
Da quest'ultimo verbo deriva la parola "hitgallemut = incarnazione".

Tutte le parole ebraiche sono pregne dei significati dati dalla Bibbia e dalla tradizione successiva (Gershom Scholem ne era addirittura spaventato), ma non sono sicuro che gli ebrei ci abbiano guadagnato a separare la loro comprensione dell'"incarnarsi" dal concetto della "buona notizia che annunciandosi si avvera".

Raffaele Yona Ladu


[Nota 1]: Nell'originale: "Adonay YHWH" - è uno dei non molti casi in cui il Tetragramma è preceduto dalla parola "Adonay = il mio Signore", e si pronuncia perciò "Elohim"; ebraicamente viene inteso come l'indicatore di una situazione assai delicata che l'Eterno affronta facendo uso sia dell'attributo della Giustizia (associato al nome "Elohim") che di quello della Misericordia (associato al Tetragramma).

Ed infatti in Isaia 61:2 l'"unto", l'"araldo di buone nuove", deve "לִקְרֹ֤א שְׁנַת־רָצֹון֙ לַֽיהוָ֔ה וְיֹ֥ום נָקָ֖ם לֵאלֹהֵ֑ינוּ = proclamare l'anno di grazia del SIGNORE, / il giorno di vendetta del nostro Dio", mostrando ambo gli attributi divini in azione, ognuno nella sua competenza (Elohim, con l'attributo della giustizia, si occupa della vendetta; YHWH, con l'attributo della misericordia, della grazia), e per la giusta durata (la vendetta dura un giorno solo, la grazia un anno intero).


[Nota 2]: Una conferma l'ho trovata in questo libro del 1831 scritto dal metodista Adam Clarke (1760/62-1832), che ha notato la parentela tra "basar = carne, genere umano" e "basar = buone notizie", e ne dà una lettura tipologica (l'Incarnazione è la Buona Notizia per eccellenza).

Lettura certamente lecita, ma il modo in cui la presenta fa pensare che per lui l'unico scopo della lingua ebraica fosse essere il veicolo della Rivelazione - infatti svaluta il senso letterale (ed anche profano) del verbo "bisser" (e del sostantivo "basar", di cui scorda che spesso significa semplicemente "carne da mangiare", come in Esodo 16:12), e non dà il giusto rilievo alla creatività di chi ha dovuto spiegare una novità già difficile da concepire in ebraico in una lingua straniera.

Gesù palestinese?

Ogni tanto mi capita di trovare dei ben intenzionati cristiani che dicono che Gesù è palestinese; provo a spiegare perché non apprezzo questo.

Ci sono due spiacevoli restrizioni, tra gli ebrei ed i palestinesi: gli ebrei non considerano parte del proprio popolo chi professa una religione non-ebraica (l'ateismo è invece consentito); l'Autorità Nazionale Palestinese riconosce solo le religioni islamica e cristiana; per quanto riguarda l'atteggiamento palestinese verso gli ebrei, credo che sia il caso di leggere questa traduzione inglese (di parte palestinese, quindi non prevenuta, immagino) della Carta dell'OLP:
Article 6: Jews who were living permanently in Palestine until the beginning of the Zionist invasion will be considered Palestinians. (For the Zionist invasion is considered to have begun in 1917.)
Articolo 6: Gli ebrei che vivevano permanentemente in Palestina fino all'inizio dell'invasione sionista saranno considerati palestinesi (l'invasione sionista la si considera iniziata nel 1917). 
Trovo entrambe queste restrizioni assurde, ma quello che conta è che, partendo dal presupposto che Gesù era ebreo, e che il cristianesimo lo hanno creato i suoi discepoli dopo la sua morte sulla base dei suoi insegnamenti, un Gesù redivivo (o di ritorno sulla Terra, secondo la teologia cristiana) non verrebbe riconosciuto come palestinese dall'Autorità Nazionale Palestinese, mentre il Ministero dell'Interno israeliano non avrebbe problemi a concedergli la cittadinanza.

Durante la vita di Gesù, gli ebrei che vivevano in Terra d'Israele/Palestina erano oppressi; ora essi sono nella condizione di oppressori dei palestinesi (cosa che nessuno nega - le differenze di opinione sono tra chi loda e chi, come me, depreca la situazione); chi dice che Gesù è palestinese lo identifica con una categoria di oppressi, allo stesso modo di chi lo raffigura come un uomo di colore, un migrante, una persona transgender, eccetera.

Il primo problema è che un ebreo può essere di colore, migrante, trans, ecc. - però essere ebrei ed essere palestinesi è invece incompatibile, se non per alcune persone che ora hanno almeno 99 anni.

Il secondo problema è che attribuire Gesù, in quanto oppresso, al popolo palestinese anziché a quello ebraico, equivale a negare che il popolo ebraico possa mai essere un popolo di oppressi - e qui si cade nell'antisemitismo di chi attribuisce agli ebrei una capacità di dominio sovrumana.

Oppure a quello di chi nega che gli ebrei siano un popolo a pieno titolo, e non solo una religione, per cui nessuno può appartenere al popolo ebraico, e lo Stato d'Israele non ha senso perché uno stato ha bisogno di un popolo, un territorio, un governo.

Penso che sia meglio pensare che Gesù sia sempre e comunque ebreo, ma che oggi probabilmente interverrebbe in favore dei palestinesi, in quanto oppressi.

Raffaele Yona Ladu

lunedì 15 febbraio 2016

Dal Salmo 104 a Luca 24

Per l'esame di Introduzione al Nuovo Testamento (incrociate le dita per me) devo rispondere ad un questionario a domande aperte. Eccovene una:
La Scrittura nasce nella tensione tra assenza e presenza di Dio, di Cristo, del popolo a se stesso. Rileggere il racconto di Emmaus in questa prospettiva (Lc 24,13-35). Se questa storia è stata raccontata per rispondere alla domanda: “come Gesù Cristo, assente e crocifisso, è presente come risorto tra noi?”, quali sono le risposte fornite dalla storia raccontata da Luca? e come si colloca la Bibbia (o la futura Bibbia) in questa risposta?
Questa è stata la mia risposta - che vi riporto in forma ampliata:
Il capitolo comincia con il blocco del rito funebre. I riti funebri non servono solo ad onorare il defunto, ma anche ad iniziare l’elaborazione del lutto. Di sabato è vietato per gli ebrei elaborare il lutto (la norma viene applicata tuttora: anche la prima settimana di lutto strettissimo [“shivah”] viene interrotta all’inizio del sabato e riprende al suo termine – perché il sabato dev’essere una gioia), e per questo a Gesù era stato fatto lo stretto indispensabile nel tardo pomeriggio del venerdì in cui era morto, in modo da non profanare il sabato. 
Terminato il sabato, occorreva trattare il cadavere e riprendere l’elaborazione del lutto – ma il defunto non c’era più, e gli angeli dissero alle donne che egli, come aveva annunciato, non era più morto, ma risorto. Fine del lutto – non lo si doveva piangere, ma attendere. 
Le donne non vengono credute, anche se Pietro constata che il defunto non c’è più ed è scomparso in modo misterioso. 
La conversazione sulla strada di Emmaus inizia con i discepoli perplessi per quello che è accaduto; lo sconosciuto che si rivelerà poi Gesù riprende il discorso degli angeli: le Scritture avevano già predetto tutto, ed in esse si doveva trovare la spiegazione. 
L’esegesi dello sconosciuto convince solo in parte i discepoli – quanto basta per convincerli a continuare la conversazione offrendogli ospitalità; il salto di qualità, quello che permetterà di riconoscere in lui Gesù quando poi spezzerà il pane, si ha quando lui, cenando, dice: 
“Barukh Attah YHWH Eloheynu Melekh ha-‘Olam, ha-motzi lechem min ha-aretz” 
Benedetto sii Tu, YHWH Nostro Dio, Re dell’Universo, che fai uscire il pane dalla terra”. 
È la formula di benedizione da recitarsi prima di mangiare del pane, e gli ebrei notano che che per indicare la terra si usa la parola “eretz” anziché “adamah” (come invece nella benedizione sulle verdure, in cui si dice che l'Eterno "bore peri ha-adamah = crea i frutti della terra") perché questa “berakhah = benedizione” cita il Salmo 104:14. 
Quel Salmo è una lode non solo della Creazione, ma anche della Provvidenza divina, e tra l’altro recita: 
27 Tutti quanti sperano in te
perché tu dia loro il cibo a suo tempo. 
28 Tu lo dai loro ed essi lo raccolgono;
tu apri la mano, e sono saziati di beni. 
29 Tu nascondi la tua faccia, e sono smarriti;
tu ritiri il loro fiato e muoiono,
ritornano nella loro polvere. 
30 Tu mandi il tuo Spirito e sono creati,
e tu rinnovi la faccia della terra. 
ed anche (giusto per rifarsi al “nuovo patto” promesso da Geremia 31:31-34 – il Midrash riporta, a proposito di questo Salmo, una divertente discussione tra rav Meir e sua moglie Bruriah, che convince infine il marito che non sono i “peccatori” e gli “empi” a dover sparire, ma il peccato e l’empietà):
35 Spariscano i peccatori dalla terra
e gli empi non siano più!
Anima mia, benedici il SIGNORE.
Alleluia.
Il Salmo è uno dei più noti (non per niente Kittel lo chiamava “la perla del Salterio”), con rimandi a tutto il Tana”kh (per non parlare dell’Inno egiziano ad Aton ed alle mitologie dei popoli vicini), ed è passibile di interpretazione messianica e lettura cristologica. 
Non pensate solo ai versetti 29 e 30; confrontate infatti Salmo 104:14:
“(...) Fa uscire il pane dalla terra d’Israele.”(1)
con 1 Corinzi 11:23-24: 
“23 Poiché ho ricevuto dal Signore quello che vi ho anche trasmesso; cioè, che il Signore Gesù, nella notte in cui fu tradito, prese del pane, 
24 e dopo aver reso grazie, lo ruppe e disse: «Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me».”  
E, ovviamente, con Luca 22:19: 
“Poi prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: «Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me».”
I discepoli hanno fatto queste letture in quel momento, ed hanno concluso che parlava di Gesù, e che Gesù era con loro, perché solo lui sarebbe riuscito a comunicare quest’interpretazione – e quando ha spezzato il pane, c’è stato il “déjà vu” che ha tolto ogni dubbio! (2)
Allora lui sparisce, ma è chiaro che cosa i discepoli devono fare – quel Salmo dice:
33 Canterò al SIGNORE finché avrò vita;
salmeggerò al mio Dio finché esisterò.
34 Possa la mia meditazione [“sichi”] essergli gradita!
Io esulterò nel SIGNORE.
La parola “siach”, qui tradotta con “meditazione”, è affine a “sichah = conversazione”, e si è tentato in epoca moderna di tradurre “telefono” con “sach rachoq = discorso lontano”. Quella che si propone qui non è una semplice riflessione, ma una conversazione con il Signore (YHWH/Kyrios) [orazione mentale?], che parta appunto dalle Scritture.
Le successive apparizioni, in cui si hanno sia presenza che riconoscimento (mentre nell’episodio di Emmaus l’una era incompatibile con l’altro), confermano che i discepoli avevano visto giusto – così come gli autori neotestamentari che hanno riferito quello che per gli ebrei è un gesto abituale, il benedire il pane, capendo che in quei momenti aveva invece una valenza eccezionale.

Raffaele Yona Ladu
Orgogliosamente ebre*


Nota (1): Mi spiace far notare che la Nuova Riveduta ha sbagliato a tradurre quella parte del Salmo 104:14 così: “fa uscire dalla terra il nutrimento”. Non consola affatto sapere che analoga svista si trova nella TOB, che nella versione italiana riproduce la traduzione CEI: "per trarre cibo dalla terra".

Infatti, gli ebrei usano la benedizione "ha-motzi lechem min ha-aretz" esclusivamente per il pane - per benedire un altro "nutrimento", se ne deve usare un'altra, specifica (come per il vino, la frutta, la verdura), oppure quella generica ("... bore miney ha-mezonot = crea le specie di cibi") per i cibi che non ne hanno meritato una specifica.

Le citate traduzioni rendono con un concetto generico quello che andava inteso in modo specifico.


Nota (2): Può sembrare strano che un ebreo che poco sopporta le letture tipologiche dell'AT ne abbia riscoperta una; pensavo che fosse una novità assoluta, visto che non vi accenna il commentone di Gianfranco Ravasi ai Salmi, ma ho notato qui che l'aveva già fatta Agostino d'Ippona.

Agostino si esprime però in modo diverso - citiamolo:
Del frutto delle tue opere sarà saziata la terra. Tu fai crescere il fieno per i giumenti e l'erba per il servizio degli uomini. Ma perché questo? Perché dalla terra possa trarre il pane. Quale pane? Cristo. Da quale terra? Da Pietro, da Paolo, dagli altri dispensatori della verità. Ascolta perché il pane è tratto dalla terra: Abbiamo - si dice - questo tesoro in vasi d'argilla, affinché l'eccellenza della virtù sia di Dio [2 Corinzi 4:7]. Egli è il pane che è disceso dal cielo [Cfr. Giovanni 6:41] per essere poi tratto dalla terra, quando viene predicato attraverso la persona fisica dei suoi servi. La terra produce il fieno, onde si tragga il pane dalla terra. Quale terra produce il fieno? Le popolazioni religiose e sante. E da quale terra dev'essere tratto il pane? La parola di Dio è tratta dagli Apostoli, dai dispensatori dei sacramenti di Dio, mentre ancora camminano su questa terra e portano un corpo terreno.
Sembra proprio che Agostino, pur rendendosi conto che il "pane" di cui parla il Salmo 104:14 si può applicare tipologicamente a Cristo, non si fosse reso conto che il "far uscire il pane dalla Terra" potesse applicarsi alla Risurrezione. Oppure, non lo riteneva omileticamente proficuo - lui doveva ricordare a era chi già convinto della Risurrezione che doveva la sua fede presente e futura alla comunità con cui divideva la Parola di Dio, non far balenare nei commensali di Emmaus la possibilità che Dio avesse davvero fatto risorgere Gesù, con l'apparente facilità con cui fa uscire il pane dalla Terra.

Inoltre, posso attenuare, o meglio, diluire la portata di questa lettura.

La tradizione ebraica vuole che la risurrezione dei morti avvenga esclusivamente in Terra d'Israele (la parola "eretz" generalmente, nella Bibbia, significa il globo terracqueo [e questo sembra il significato che la parola ha nel versetto 5 di questo Salmo; compare altre 6 volte, e si può volendo arguire sul significato che ha negli altri versetti] ma di solito un ebreo d'oggi, quando usa il termine, si riferisce proprio alla Terra d'Israele, e non è un uso ignoto alla Bibbia).

Chi è sepolto altrove, pur non ricevendo ancora la sua anima, ed essendo quindi ancora tecnicamente defunto, si metterà comunque a scavare una galleria tra la sua sepoltura e la Terra d'Israele - giunto lì, riavrà la sua anima, e risorgerà per davvero.

Quindi è possibile che l'uscita del pane dalla Terra d'Israele rappresenti la risurrezione finale di tutti, non solo di Gesù.

Il problema ora è capire: è stato solo Gesù a stabilire un paragone tra la propria persona ed il pane, o lo si può già trovare nella tradizione ebraica, valido per tutti gli esseri umani?

La lessicografia non è di grande aiuto, anche se è stato notato che la parola biblica "lechem = pane" ha un sinonimo, "lechem = combattimento" - l'affinità non mi porta però lontano; in arabo la parola "lachm" vuol dire "carne", ed i verbi che ne derivano significano "aderire", "saldarsi" - anche qui, trovo un vicolo cieco.

giovedì 14 gennaio 2016

Tredici erranti

Per l'esame di Metodologia del Dialogo Interreligioso della Facoltà Valdese di Teologia, ho dovuto leggere vari documenti delle chiese protestanti e riformate sul dialogo ebraico e cristiano. La lettura di tutti è stata piacevole, salvo di quello che allego qui:

(inizio)

«Considerazioni sul sussidio ecclesiastico per il rinnovamento del rapporto di Cristiani ed Ebrei»
di 13 professori di teologia dell'università di Bonn

L'esigenza che ha spinto il Sinodo renano e, prima di esso, altri organi ecclesiastici e che contrassegna il sussidio, cioè la ricerca e la promozione dei dialogo con l'Ebraismo, coscienti della colpa storica nei confronti dell'Ebraismo, e il tentativo di definire a nuovo il rapporto di Cristiani ed Ebrei è da accogliere senza riserve. In particolare, bisogna assentire con forza alla valutazione positiva dell'Antico Testamento che fin dall'inizio unisce Cristiani ed Ebrei.

Nei dettagli, tuttavia, il sussidio dà motivo a grosse considerazioni teologiche.

1. Il sussidio non distingue tra Israele ed Ebrei, e precisamente fra l’Israele dell'Antico Testamento, l'Israele come è compreso nel Nuovo Testamento e definito da un lato Israele con durevole prerogativa salvifica (Rom 9,4), dall'altro Israele-secondo-la-carne (1 Cor 10,18); gli Ebrei come definizione neotestamentaria di coloro i quali non riconoscono il Cristo; gli Ebrei post-neotestamentari come Ebraismo del Talmud; come pure le altre, molto differenziate figure dell'Ebraismo medioevale e moderno.

2. Questa terminologia confusa e indifferenziata ha per conseguenza una confusione di contenuti: come portatori della promessa e come popolo eletto possono esser considerati allo stesso modo: l'Israele dell'Antico Testamento; l'Israele secondo-la-carne post Christum natum; Ebrei che respingono Cristo; Ebrei della Torah; Ebrei in senso giuridico e nel senso della legislazione ebraica secondo la Halakah (b Kid 68b), cioè persone di madre ebrea.

3. Il contenuto della «promessa» non viene espresso chiaramente in nessun posto, sebbene, secondo l'unanime testimonianza del Nuovo Testamento, in e attraverso Cristo si realizzi il compimento di ogni promessa e Cristo stesso sia questo compimento (Le 4,21; 2 Cor 1,20; 6,1).

4. Non si è considerato che gli specifici contenuti veterotestamentari della promessa e i beni salvifici come il possesso della terra, il divenire popolo o l'esistenza etnica hanno perduto significato - malgrado il permanere della dimensione terrena della salvezza donata in Cristo - per Gesù e per i testimoni di Cristo del Nuovo Testamento. È caratteristico della concezione del Regno propria di Gesù (e del Battista) il fatto che l'appartenenza alla nazione ebraica non fonda più alcuna pretesa alla partecipazione alla salvezza ventura. L'Ebreo in quanto tale non ha alcuna garanzia di salvezza. Dio può suscitare figli ad Abramo dalle pietre (Le 3,8). Per i Cristiani, dunque, i contenuti veterotestamentari della promessa - terra e divenire popolo - non possono più esser beni salvifici di fronte alla salvezza già donata in Cristo, la quale consiste nella libertà dalla legge, dal peccato e dalla morte (Fil 3,7). Come è certo che la Bibbia ebraica non può per questa ragione essere ritenuta globalmente vecchia nel senso di liquidata e superata, così però essa è Antico Testamento, perché essa può rivendicare una validità cristiana solo in quanto essa è confermata e presupposta dall'avvenimento centrale della testimonianza neotestamentaria a Cristo. La Chiesa cristiana non ha mai letto e utilizzato diversamente l'Antico Testamento. Esso conserva proprio come Antico Testamento il suo significato e il suo onore nella predicazione cristiana.

5. Il sussidio determina il rapporto Antico Testamento-Nuovo Testamento esclusivamente in senso «storico-salvifico» - nel senso della teologia della storia della salvezza del 19' secolo - secondo lo schema promessa adempimento, vecchio patto-nuovo patto e tenta di determinare il rapporto fra Cristianesimo ed Ebraismo a partire da questo presupposto storico-salvifico.

Questa impostazione, assunta acriticamente, non è affatto biblicamente documentabile, poiché per il Nuovo Testamento non è rilevante il prima dell'Antico Testamento in quanto tale, ma la preesistenza della «Scrittura» (1 Cor 10,11: 15,3 s; Le 4,21; Rom 4,23; e in particolare Gal 3,8.22) in cui la storia d'Israele è conservata come storia di Dio con Israele. La continuità storico fattuale tra Abramo e gli Ebrei è proprio teologicamente irrilevante secondo Rom. 4,13; Gal 3,7, cfr. Rom 9,7s.

Per Gesù è proprio caratteristico il fatto che egli sviluppi la sua concezione della salvezza - a averlo compreso, perché questo aspetto non è mai stato corretto con inserti secondari nella tradizione sinottica. Solo Paolo e la lettera agli Ebrei affiancano antico e nuovo patto, e, significativamente, in modo radicalmente antitetico (Gal 3,15.17; 4,24; 2 Cor 3,6.14; Ebr 8,7.13).

6. Affermazioni essenziali dell'apostolo Paolo, dunque proprio di quel testimone che, in quanto ebreo divenuto cristiano, sì è occupato più intensamente del problema affrontato dal sussidio, rimangono totalmente non considerate. La frase sulla radice che porta i cristiani, usata come un motto, viene estrapolata dal contesto dell'argomentazione e viene convertita in un Leitmotiv che ormai dice il contrario di quel che Paolo chiaramente pensa e che si può leggere già nel verso successivo: «Bene; sono stati troncati per la loro incredulità, e tu sussisti per la fede; non t’insuperbire, ma temi». Il mistero escatologico (Rom 11,25s), secondo cui «tutto Israele sarà salvato» non fonda alcuna via particolare alla salvezza (cfr. 11,23).

L'Ebraismo come esso si è sviluppato in epoca post-esilica e poi sotto l'influenza del Farisaismo e diversamente dall'Israele dell'Antico Testamento, ha il suo appoggio stabile nella Tora come l'intera rivelazione di Dio, che contrassegna l'Ebraismo in modo esclusivo; secondo la comprensione cristiana Cristo è la fine di questa Tora come via di salvezza. Ebraismo della Tora e fede in Cristo sono perciò due cose diverse e inconciliabili (Fil 3,4-9). È spiacevole, ma caratteristico per il sussidio, che solo un Ebreo esprima questa chiara conoscenza (pp. 33 e 39 del sussidio).

7. La confessione della colpa o della complicità alla persecuzione omicida contro gli Ebrei e l'indignazione per l'accaduto non dovrebbero offuscare lo sguardo, impedendo chiare conoscenze e distinzioni teologiche, come avviene nel sussidio. La confessione della colpa e della complicità non dovrebbe neppure fraintendere l'ideologia nazionalsocialista e i suoi crimini come se fossero cristiani o commessi o provocati dai Cristiani in quanto tali. L'ideologia nazionalsocialista era altrettanto apertamente non cristiana e anti-cristiana che antiebraica.

8. È assolutamente possibile ammirare e stimare gli Ebrei e affermare e sostenere attivamente lo stato d'Israele, senza dare a questa simpatia una motivazione «storico-salvifica» e senza dover sacrificare o anche solo relativizzare fondamentali verità cristiane che separano Ebraismo e Cristianesimo.

9. Gli Ebrei in quanto posteri dell'Israele dell’Antico Testamento, sono i discendenti del popolo eletto da Dio. Sono, come tutti gli uomini, «sotto il peccato» (Rom 3,9.23s). Per loro, come per tutti gli uomini, valgono le promesse che si sono adempiute in Cristo. Il loro più importante bene ereditario che essi, come i Cristiani, ereditarono da Israele, è la Bibbia ebraica, l'Antico Testamento cristiano. Questa eredità comune a Cristiani ed Ebrei unisce Ebraismo e Cristianesimo; la diversa interpretazione che se ne dà e il diverso uso che se ne fa - senza Cristo, a partire da Cristo - è quello che li divide.

Altrimenti tra Ebrei e non Ebrei non sussiste di fronte a Dio alcuna differenza (Gal. 5,6. 6,15 come pure Gal 3,27-29). Una posizione particolare di fronte a Dio basata sull'appartenenza o sull'origine etnica è estranea alla predicazione di Cristo.

10. Siccome l'Evangelo di Cristo vale per tutti gli uomini, la chiesa non può rinunciare a indirizzare il suo messaggio a tutti gli uomini (Mt 28,19s). La predicazione dell'Evangelo di Cristo rivolta ad Ebrei non può, evidentemente, apostrofarli come pagani e neppure pretendere che la conversione alla fede in Cristo debba avere per conseguenza lo staccarsi dalla comunione ebraica di popolo e di tradizione, come mostra Gal 2,1-10.

I Professori K.H. Faulenbach; J.F.G. Goeters, E. Gráßer, A.H.J. Gunneweg, H.J. Hermisson, M. Honecker, H. Karpp, G. Krause, 0. Plóger, H.J. Rothert, K. Scháferdiek, W. Schneemelcher, W. Schrage.

Da: Christen und Juden. Eine Schwerpunkt-Tagung der Landessynode der Evangelischen Landeskirche in Baden, 10-11. November 1980 in Bad-Herrenalb, pp. 182-183.

(fine)

Direi che il documento è riuscito a far arrabbiare un ebreo umanista come me, e temo che uno teista si arrabbierebbe ancora di più. Cominciamo con il rileggere questo paragrafo.

(inizio)

Altrimenti tra Ebrei e non Ebrei non sussiste di fronte a Dio alcuna differenza (Gal. 5,6. 6,15 come pure Gal 3,27-29). Una posizione particolare di fronte a Dio basata sull'appartenenza o sull'origine etnica è estranea alla predicazione di Cristo.

(fine)

La prima frase: "tra Ebrei e non Ebrei non sussiste di fronte a Dio alcuna differenza" mi piacerebbe anche, perché gli ebrei umanisti e quelli ricostruzionisti non credono all'Elezione d'Israele, e sembrerebbe che gli autori del documento vogliano un mondo in cui tutti i popoli abbiano gli stessi diritti e doveri.

Sottoscriverei anche, ma i paragrafi iniziali chiariscono che ben altro è l'intento degli autori:

(inizio)

1. Il sussidio non distingue tra Israele ed Ebrei, e precisamente fra l’Israele dell'Antico Testamento, l'Israele come è compreso nel Nuovo Testamento e definito da un lato Israele con durevole prerogativa salvifica (Rom 9,4), dall'altro Israele-secondo-la-carne (1 Cor 10,18); gli Ebrei come definizione neotestamentaria di coloro i quali non riconoscono il Cristo; gli Ebrei post-neotestamentari come Ebraismo del Talmud; come pure le altre, molto differenziate figure dell'Ebraismo medioevale e moderno.

2. Questa terminologia confusa e indifferenziata ha per conseguenza una confusione di contenuti: come portatori della promessa e come popolo eletto possono esser considerati allo stesso modo: l'Israele dell'Antico Testamento; l'Israele secondo-la-carne post Christum natum; Ebrei che respingono Cristo; Ebrei della Torah; Ebrei in senso giuridico e nel senso della legislazione ebraica secondo la Halakah (b Kid 68b), cioè persone di madre ebrea.

(fine)

Che cosa fa di un gruppo di persone un popolo? L'accordo reciproco. Chi ha diritto di aggiungere o togliere persone da quel popolo? Chi di quel popolo fa parte.

Di quest'elementare nozione di diritto internazionale i tredici autori dell'articolo se ne sono ricordati? No, visto che, pur confessando tutti e tredici di non essere ebrei, pretendono di stabilire chi è ebreo e chi non lo è.

E la frase: "Gli Ebrei in quanto posteri dell'Israele dell’Antico Testamento, sono i discendenti del popolo eletto da Dio" è semplicemente iettatoria. Gli ebrei sono il popolo vivente che ha redatto la Bibbia, non i suoi eredi, e tutte le sottili distinzioni dei tredici autori, qualunque sia la loro giustificazione storica o teologica, sono tra persone in egual titolo ebree. Perché rimproverare il sussidio di aver evitato una discussione di lana caprina?

Se è vero che il profetismo, l'apocalittica ed il medio giudaismo (testimoni le citazioni neotestamentarie dei tredici professori, a cui posso aggiungere Romani 9:6 ed Apocalisse 2:9) si sono chiesti quali ebrei avrebbero meritato il mondo a venire, il giudaismo rabbinico ha risolto il problema affermando che "Tutto Israele ha una parte nel mondo futuro" (Mishnah, Sanhedrin 11:1) e "Israele ha peccato, ma è pur sempre Israele" (Talmud babilonese, Sanhedrin 44a).

Laicamente, questo significa che nessun ebreo è escluso dal popolo d'Israele (salvo casi estremi). Il sussidio che i tredici autori contestano rispetta l'autocomprensione ebraica, i tredici la violano.

Da un punto di vista non più laico, ma religioso, dovrei osservare che una tradizione ebraica ama paragonare le persone ai libri, e viceversa - Heinrich Heine, quando disse che: "Là dove si bruciano i libri si finisce per bruciare anche gli uomini", non ha trovato l'ispirazione lontano da lui, visto che era un ebreo convertito al cristianesimo.

Quando un ebreo muore, lo si piange come se fosse andato perduto un "Sefer Torah = Rotolo della Torah", perché non esiste ebreo completamente alieno alla Torah ed ai Precetti - cosa che i tredici autori hanno dimenticato, quando hanno disquisito su chi è incluso nel Patto di Abramo.

Mettersi a scegliere chi è ebreo e chi non lo è diventa a questo punto un problema simile a quello di scegliere quali opere debbono far parte del canone biblico. Il paragone è tantopiù appropriato in quanto Sam Berrin Shonkoff, nella prefazione ad un libro dell'esegeta ebreo Michael Fishbane, ha scritto:
In nessun posto colpisce la concretezza dell'ermeneutica ebraica in modo più evidente che nelle provocatorie indicazioni di Michael Fishbane secondo cui l'esegesi biblica non assume solo forma verbale - e perciò neppure la teologia (esegetica) ebraica. Già nella Bibbia, sostiene Fishbane, ci sono "due tipi diversi di tradizione esegetica: quella che riceve la sua dignità dalle sue origini verbali nelle Scritture, e quella che riceve tale dignità dalla comunità religiosa che vive secondo la Scrittura, i cui costumi quindi possono essere fedelmente ritenuti una forma di esegesi non verbale." Si riferisce a quest'ultimo tipo di esegesi alternativamente come "vita scritturale" ed "esegesi come azione". In breve, azione rituale e "zitathaftes leben nel suo pieno senso incarnato" [non conosco il tedesco, ma dalle mie ricerche in internet sembra che l'espressione significhi 'vita imprigionata nelle citazioni', ed è stata inventata da Thomas Mann] sono siti centrali dell'espressione teologica. Fishbane enfatizza questa dimensione corporea del pensiero ebraico negli ultimi capitoli di Exegetical Imagination, dove scivola dalla "teologia speculativa verso qualcosa come una teologia pratica ebraica".
Ovvero, ogni ebreo è chiamato ad interpretare la Torah non solo con la parola, ma anche con l'esempio (il Gesù che si lamenta in Matteo 23:2-3 che gli scribi ed i farisei parlano bene, ma agiscono male, si pone appunto su questa linea di pensiero), e regolare la composizione del popolo ebraico significa anche stabilire che esegesi le generazioni presenti e future daranno alla Torah.

I tredici che si mettono a sindacare chi è davvero un contraente del Patto di Abramo riaprono quindi, a loro modo, la disputa sul canone biblico - una disputa sempre interessante, ma da condurre con misura.

Si cita spesso la posizione di Lutero, per il quale il "canone del canone" biblico è Gesù - questo documento riporta tali parole di Lutero: "Tutti i libri genuinamente sacri concordano in questo, che tutti quanti predicano ed inculcano Cristo. E questo è il vero saggio con cui giudicare tutti i libri - se inculcano o meno Cristo".

Non sono cristiano, e quindi, pur osservando che gli ebrei riformati hanno un approccio verso la Scrittura mutuato in parte da quello cristiano protestante, mi limito a rispettare l'opinione di Lutero senza condividerla.

Direi però che più importante dei dubbi di Lutero sul libro di Ester (che non gli hanno impedito di includerlo tra i libri canonici) è il fatto che né Lutero né i suoi discepoli hanno mai espunto un libro dal canone prototestamentario stabilito ad Yavneh (e nel Secondo Testamento, anche la Prima Lettera di Giacomo e l'Apocalisse sono rimasti ad onta dello sprezzante giudizio di Lutero) - per deferenza verso l'"hebraica veritas", intesa sia come elenco dei libri accolti come sacri dagli ebrei, sia come testo in lingua ebraica dei medesimi.

Ed il documento prima citato avverte che il "canone del canone" secondo Lutero non autorizza a stabilire quali libri biblici escludere, ma semmai quali prediligere, visto che tutti vanno comunque presi sul serio.

Fin qui, la cosa è ragionevole: anche un rabbino dà più importanza alle opinioni di rav Aqiva che a quelle di Srulik (personaggio dei fumetti che rappresenta l'israeliano maschio medio degli anni '60-'70-'80); ma le disquisizioni dei tredici erranti riaprono la disputa sul canone in un modo che non si è mai visto dai tempi, se non di Marcione, di von Harnak.

Non è necessario partire dal paragone ebraico "persona = libro" per arrivare a questa conclusione. Se Dio ha stipulato un patto con gli ebrei, questo patto è tra un soggetto unico (anche se non necessariamente unitario) ed un soggetto collettivo; e come si stabilisce chi fa parte di quel soggetto collettivo?

Dio interviene qualche volta per togliere (con la pena del "karet = estirpazione"), ma non gli viene chiesto con un oracolo se e chi aggiungere - è chi è già ebreo che lo fa, e Dio ratifica, non solo perché del suo popolo ha fiducia, ma perché, da buon monarca costituzionale che ha "ottriato" la Torah, anche lui è vincolato dalle decisioni di un tribunale.

I tredici erranti negano al popolo ebraico questo elementare diritto; e mi spiace far notare che Jean Paul Sartre aveva osservato nel 1945, trentacinque anni prima che uscisse il loro articolo:
Se si vuole sapere che cos'è l'Ebreo contemporaneo, bisogna interrogare la coscienza cristiana: bisogna chiederle non "che cosa è un Ebreo", ma "che cosa hai fatto degli Ebrei?". L'Ebreo è un uomo che gli altri uomini considerano Ebreo. Ecco la verità semplice da cui bisogna partire. In questo senso il democratico ha ragione contro l'antisemita: è l'antisemita che "fa" l'Ebreo.
È come se i tredici erranti avessero fatto atterrare il loro aereo in un aeroporto in fiamme - non possono dire di non aver visto in che guaio andavano a cacciarsi.

Raffaele Yona Ladu, ebreo.