venerdì 17 luglio 2015

No gender? Nulla transubstantiatio!







L’articolo [1] mi infastidisce parecchio, e vi spiego perché. L’autore, Alessandro Fiore, se la prende con il concetto di “identità di genere” e con la prevalenza che le persone più illuminate vogliono che abbia sul “sesso biologico”.

Ritengo opportuno ricordare che sono un ebreo umanista, e quello che significa l’ho spiegato in [0a] e [0b]; quello che conta osservare è che per gli ebrei umanisti la circoncisione non ha alcuna importanza, e ne ha molta invece l’autoidentificazione con il popolo ebraico.

Spinoza, considerato il precursore dell’ebraismo umanista, ma che riteneva la circoncisione sufficiente a garantire l’esistenza del popolo ebraico, è servito: in queste cose preferiamo seguire Ben Gurion, che diceva: “Chiunque è abbastanza meshugge (pazzo, in yiddish) da dichiararsi ebreo è ebreo”.

Gli ebrei maschi e le persone transessuali hanno lo stesso problema: gli sciocchi vogliono che i loro genitali confermino quello che loro dichiarano di essere. Gli ebrei umanisti recitano invece in questo la parte dei transgender – i genitali non sono stati mutati, ma l’identità ebraica/di genere non è meno radicata.

Questa coincidenza tra ebrei e trans ha un curioso corrispondente linguistico: la parola ’ivri (ebreo - per la precisione, di quelli vissuti da Abramo a Nabucodonosor) viene dal verbo ’avar, che non significa “passare” solo nel senso banale di “attraversare”, ma anche di “mutare”, “passare come trans”, “transizionare”. Ed infatti la principale associazione transgender israeliana si chiama “Ma’avarim = attraversamenti, passaggi, transizioni”.

Se ne possono trarre anche conclusioni “teologiche”: nessun rabbino sostiene che compito dell’ebreo sia vivere secondo una “legge naturale”, e la circoncisione, il “patto di Abramo”, il primo ’ivri, suggella l’impegno a trascendere la propria natura per porsi al servizio di Dio.

Una persona che mi dice che quello che conta è il corpo e non la propria identità ha praticamente deciso di bandire l’ebraismo umanista  – quello che nasce come un attacco alle persone transgender trascende in attacco alla libertà religiosa (l'ebraismo umanista non è teista - ma non lo è nemmeno il buddismo).

E con una vittima illustre ed inaspettata: il cristianesimo cattolico.

Infatti il dogma della Transustanziazione [2] stabilisce che l’epiclesi trasforma il pane ed il vino nel corpo e nel sangue di Cristo – il quale è presente in maniera vera, reale e sostanziale nelle specie eucaristiche, pur sotto l’apparenza del pane e del vino.

Ragionando come Alessandro Fiore, ed il sito Provita che lo ospita, sarebbe di basilare importanza per la vita sociale rifiutarsi di vedere nelle specie eucaristiche alcunché di diverso da quello che può provare l’analisi chimica, e condurre feroci campagne prive di ogni riguardo per il prossimo che invece lo fa, denunziando questa insistenza nel vedere Gesù nell'Eucaristia come cosa "contro natura".

Se fossi cattolico, sarei in un gran pasticcio: se io credo nella Transustanziazione, vuol dire che sono posseduto dall’“ideologia del gender”, se non ci credo sono un eretico scomunicato vitando.

Il caso del cristianesimo cattolico è solo il più evidente – ma non è che le chiese protestanti e riformate se la cavino molto meglio.

Anche quelle che considerano Cristo presente solo spiritualmente e misteriosamente nell’Eucarestia (come i valdesi ed i calvinisti [3]) chiedono ai fedeli di saper vedere oltre la realtà fisica, ed aprirsi alla realtà psicologica e spirituale – devono considerare la loro fede inquinata dall’ideologia del gender?

Siamo nuovamente di fronte al problema già evidenziato da Levinas nel 1934 [4] - i no gender stanno attaccando il cristianesimo (e l’ebraismo), non le persone LGBTQIA+.

Raffaele Yona Ladu


venerdì 19 giugno 2015

Intersex and Imago: Sex, Gender, and Sexuality in Postmodern Theological Anthropology / Megan K. DeFranza

Nella newsletter del Coordinamento Teologhe Italiane sono stati oggi pubblicati questi interessantissimi link sull'opera della teologa evangelica Megan K. DeFranza:


[2] Intersex and Imago: Sex, Gender, and Sexuality in Postmodern Theological Anthropology

la quale ricorre alle persone intersessuali per superare il binarismo dei sessi/generi della teologia cristiana, che viene comunemente basato su una lettura pedestre (per non dire maldestra) di Genesi 1:27.

Se [1] è una breve presentazione, con una videointervista di 18 minuti ed oltre all'autrice, [2] sembra la dissertazione dottorale da cui è nato il libro Sex Difference in Christian Theology : Male, Female and Intersex in the Image of God, e che mi permetto ora di recensire.

La dissertazione nasce con una lunga trattazione medica delle varie forme di intersessualità, alle quali l'autrice trova un riferimento teologico cristiano negli "eunuchi", già presenti nella Bibbia ebraica (il passo più significativo sembra Isaia 56:3), e citati da Gesù in Matteo 19:12.

Questo dà all'autrice il destro per esplorare il sistema dei sessi e dei generi dal mondo antico (greco, romano, ebraico, per cominciare; mi permetto però di osservare che anche il Talmud parla degli intersessuali, ma l'autrice lo ignora - qui è all'opera il vecchio pregiudizio per cui, dopo la chiusura del canone biblico, gli ebrei non hanno più detto niente di interessante) fino all'età contemporanea, osservando che il binarismo moderno è un portato dell'età vittoriana (non è una sorpresa per chi ha letto Foucault), e che prima (Laqueur docet) vigeva semmai un modello unitario, in cui la donna era un uomo invertito e meno perfezionato, e l'eunuco/intersessuato stava in mezzo.

L'attuale insistenza cristiana sulla "complementarietà dei sessi" viene fatta risalire a Karl Barth, il quale reagì alla crisi dell'ontologia del suo tempo (a me viene in mente Heidegger) ponendo un soggetto non più sostanziale, ma relazionale - per la precisione, facendo del rapporto uomo-donna l'immagine delle relazioni tra le tre persone della Trinità.

Karl Barth ha avuto allievi in tutto il mondo cristiano; in campo cattolico il più influente per l'argomento della dissertazione è stato Giovanni Paolo 2°, mentre alla difficoltà di ridurre ad unità l'elaborazione teologica di centinaia di chiese riformate senza un centro dottrinale unitario l'autrice ha rimediato scegliendo come teologo paradigmatico Stanley Grenz.

L'autrice è un'eteronormativa il cui ideale relazionale è la monogamia eterosessuale, eppure trova nei due teologi motivi sia di lode che di critica.

Di Giovanni Paolo 2° ella critica il suo rigido binarismo dei sessi/generi, ed il fatto che gli "eunuchi" evangelici vengano da lui riduttivamente intesi come le persone che non possono o non vogliono generare - che esistano dei corpi irriducibili al binarismo maschio/femmina al defunto pontefice non era venuto in mente.

Di Stanley Grenz ella critica il primato dell'eterosessualità, anzi, il ritenerla alla base di tutte le relazioni umane, compresa quella con Dio o con i confratelli cristiani - eppure il defunto teologo citava John Money, il che fa pensare che egli conoscesse l'esistenza degli intersessuali.

Quello che baluginava nei maestri diventa eclatante nei discepoli: la differenza sessuale (formulata talvolta in termini che volutamente ignorano l'elementare differenza tra sesso e genere, cosa che, io penso, Luce Irigaray non si sarebbe mai sognata di fare) viene esagerata quantitativamente, e viene qualitativamente intesa come di portata ontologica.

In questo binarismo elevato ad ontologia non c'è posto per le persone intersessuali - vanno normalizzate, a cura del medico o del chirurgo.

L'autrice evidenzia anche i rischi teologici di quest'ontologia; per esempio, nessun teologo nega che Gesù fosse un uomo; ma se i due sessi sono irriducibilmente diversi, l'incarnazione di Gesù rischia di valere per gli uomini e non valere per le donne - i primi sarebbero salvati, le seconde no, e per gli intersessuali occorrerebbe decidere caso per caso.

Inoltre, i teologi sottovalutano le differenze anche fisiologiche all'interno dei due sessi del loro modello - cosa invece ben chiara ai medici (per non parlare di antropologi, psicologi e sociologi); il rischio è che il binarismo dei sessi degeneri nell'imposizione di un modello unico di mascolinità e femminilità - l'incubo dei missionari almeno dai tempi di Matteo Ricci, osservo io!

E l'autrice fa notare che il "modello unico" femminile è più elaborato di quello maschile, perché alle donne si prescrive quello che devono fare ("prendersi cura") molto più spesso che agli uomini! Osservo che il privilegio dell'identità dominante (il non aver bisogno della coscienza di sé) diventa qui una punizione per contrappasso dantesco.

L'autrice cerca di uscire dalle aporie della differenza sessuale elevata ad ontologia partendo proprio dall'intersessualità, in quanto dimostra che maschi e femmine sono fatti della medesima materia (stuff).

Mostra anche, a suo avviso, che non serve avere più di due sessi - occorre però evitare di fare della loro differenza un'ontologia, in modo da consentire una certa variabilità di caratteristiche, e tener presente (l'osservazione ed il paragone sono della neurologa Melissa Hines) che anche le differenze di attività cerebrale tra i sessi sono molto sfumate, molto di più che nel campo della statura.

È facile notare che gli uomini in media sono più alti delle donne, ma nessuno direbbe che una persona è maschio o femmina solo conoscendone la statura; in modo molto più sfumato, si possono individuare pattern di attivazione cerebrale maschili e femminili, ma una TEP non ci rivela se è stata scattata ad un uomo o ad una donna.

Risolvere queste aporie passa per il reinterpretare i racconti della Creazione. Lei non tenta di interpretare in modo metaforico Genesi 1:27 (come invece fanno gli ebrei), ma come l'inizio di una lunga storia.

Se la prima coppia umana aveva il dovere della fecondità, e l'unica differenza tra Adamo ed Eva era quella necessaria a generare, proprio il loro successo ha creato una società in cui le differenze sono proliferate, alcune diventando più divisive di quella sessuale (si pensi alla razza od all'etnia) - e la fecondità diventa meno importante, tanto che alcuni teologi (non cattolici) si chiedono se "Siate fecondi e moltiplicatevi" sia tuttora un ordine preciso per gli sposi cristiani, od una benedizione per loro.

Il fatto che né Adamo né Eva fossero intersessuali non vieta che dopo di loro queste persone possano apparire, e se Gesù nel Vangelo le loda, ciò significa che non è il caso di rettificarle a forza.

Il mondo che verrà non sarà un mondo senza differenze, ma un mondo in cui esse non faranno danno - è l'opinione anche di alcuni teologi della disabilità, i quali osservano che, come Gesù risorse con le mani ed il petto piagati, così i disabili risorgeranno con la loro disabilità. Ma non nuocerà più loro!

L'eunuco biblico, che con qualche cautela si può paragonare all'intersessuale di oggi, diventa per l'autrice il paradigma dell'inclusione - e nel mondo che verrà non sarà più sterile.

L'ultimo capitolo della dissertazione denuncia il pericolo che nasce quando l'amore sessuale (inteso come congiunzione carnale con il proprio coniuge in vaso proprio) diventa il prototipo di ogni forma di amore.

Come ebreo non avrei niente in contrario, ed osservo che il paragone si trova nella mistica di molte religioni (il Cantico dei Cantici è solo l'esempio più noto), ma l'autrice teme che, a proporlo a tutte le persone, ponga sulle spalle di molte di loro un fardello imbarazzante.

Il celibato viene svalutato, e chi non vive una relazione coniugale deve aggiungere ai disagi della solitudine anche il senso di fallimento spirituale.

Inoltre c'è il pericolo che l'amore tra le persone della Trinità venga frainteso come "eros" e non come "agape" (Benedetto 16° sembra aver aperto una deriva pericolosa su questo fronte) - faccio però notare che è una preoccupazione puramente cristiana: come osservava Elémire Zolla, trattare con le sefirot significa praticare gli incesti incessanti che le animano. Ma questo è ebraismo postbiblico, che l'autrice programmaticamente ignora.

Ma, mentre gli ebrei che credono nella Qabbalah sono sempre pronti a ricordare che quello che accade tra le Sefirot (vedi ad esempio qui) non necessariamente è consentito all'uomo, l'autrice della dissertazione raduna quello che nelle sue intenzioni dovrebbe essere un "museo degli orrori teologici", in cui incesto tra adulti consenzienti, poliamore, omosessualità, sesso casuale, ecc. vengono giustificati dall'esempio che ne darebbero le persone trinitarie.

Se qualcuno vuole un esempio di prima mano, si legga "Il dio queer / Marcella Althaus-Reid", che ho qui recensito, non molto favorevolmente.

Per quanto io capisca le preoccupazioni dell'autrice, ritengo però questa la parte più debole della dissertazione; il brano più interessante mi pare quando propone di spodestare Adamo ed Eva: sono la prima coppia umana, ma non devono essere paradigmatici.

Un paradigma più interessante sarebbe di una terna: Adamo, Eva e ... l'Eunuco - che corrisponderebbe allo Spirito Santo che nella Trinità "procede dal Padre e dal Figlio". Alla Trinità divina corrisponderebbe quindi una Trinità sociale, con meno rischio di una coppia di degenerare in un binarismo ontologico.

L'ultimo capitolo infine cerca di applicare tutto questo alla cristologia - stanchezza da una parte, inesperienza dall'altra, mi consigliano però di lasciare il capitolo a persone più valide di me.

Raffaele Yona Ladu

sabato 30 maggio 2015

Come NON legalizzare la prostituzione



L'articolo [1] dà conto di alcune proposte di legge volte a legalizzare la prostituzione in Italia, e penso sia opportuno cominciare precisando che NON sono un abolizionista.

La prostituzione è una realtà estremamente variegata in cui solo una minoranza è effettivamente vittima della tratta (e merita pertanto tutto l'aiuto possibile), mentre le altre (nel post si usa sempre il femminile, ma vanno intese di ogni genere: femminile, maschile, non binario) lo fanno per scelta più o meno coartata dalle circostanze - come per chi sceglie un qualsiasi altro lavoro.

Trattare tutte le prostitute come schiave da redimere non ha pertanto senso, e tutti i tentativi di ostacolare la prostituzione finiscono solo con il peggiorare la vita delle prostitute. La polizia deve proteggere le prostitute almeno come protegge le banche, e colpire chi le schiavizza nella tratta almeno come chi sfrutta la manodopera in nero.

L'abolizionismo spesso esprime la volontà di mettere la sessualità (femminile innanzitutto) sotto tutela - va accettato invece il fatto che essa (come ogni attività umana) ha un valore economico, e che, finché nessuno subisce danno, non c'è nulla di male che vi sia chi vuol vivere producendo e scambiando quel valore.

Ammetto di non avere un'idea precisa di come si dovrebbe fare per tutelare le prostitute e colpire i papponi, e per questo ho letto l'articolo [1], trovando però le varie proposte elencate assai criticabili.

Due punti si ritrovano in diverse proposte, e non mi piacciono proprio.

Il primo è la possibilità offerta ai comuni sotto i diecimila abitanti di vietare l'esercizio della prostituzione, il secondo è la possibilità di TSO “a carico di persone per le quali sussiste fondato motivo di ritenere che sono abitualmente dedite all'esercizio della prostituzione”.

Sul primo punto, penso che sia la narrativa che i ricordi delle persone anziane concordino che anche in paesi di poche centinaia di anime possono vivere comodamente delle prostitute, quindi la soglia delle diecimila persone non ha una motivazione economica.

Temo invece che abbia questo obbiettivo: dividere i comuni italiani in "Gemeinschaften = Comunità" e "Gesellschaften = Società".

La dicotomia è stata coniata da Tönnies e ripresa da Weber, e si può riassumere dicendo che in una "Gemeinschaft" uno entra senza averlo scelto, ed i rapporti sociali sono diretti, personali, basati sul sentimento e diretti dalla tradizione; in una "Gesellschaft", si entra ed esce per scelta, i rapporti sociali sono mediati dai ruoli, basati sull'interesse e diretti dalla razionalità.

Mentre in una "Gesellschaft" l'importante è non violare la legge e la buona fede, in una "Gemeinschaft" occorre stare attenti anche a non urtare la tradizione ed i valori di cui la comunità si fa portatrice.

Classificare i comuni sotto i diecimila abitanti come "Gemeinschaften" e quelli sopra come "Gesellschaften" è molto pericoloso: si comincia a creare zone del paese libere dall'esercizio (palese: non penserete mica di riuscire a sopprimere quello clandestino od "amatoriale"!) della prostituzione, con il pretesto del conflitto tra esso ed i valori della "Gemeinschaft", e queste zone verranno poi liberate anche dalla presenza visibile delle minoranze religiose, etniche, sessuali, eccetera, sempre in nome dell'incompatibilità tra il modo di vivere delle minoranze (pubblicamente espresso) e quello della maggioranza.

Inoltre, secondo [2], degli 8.047 comuni italiani, ben 6.815 hanno ognuno una popolazione inferiore ai diecimila abitanti (quasi l'85%), per una popolazione totale di 18.526.083 su 60.782.668 (oltre il 30%). Non mi pare piccola la proporzione del paese riservata alle "Gemeinschaften"!

Verrebbe da dire: "Aridatece San Tommaso d'Aquino!" Perlomeno, sconsigliava di vietare la prostituzione all'interno di qualsivoglia società umana!

Per quanto riguarda il TSO, è una colossale sciocchezza. Tutte le organizzazioni che combattono le infezioni a trasmissione sessuale avvertono che criminalizzare chi le trasmette, o rendere le cure obbligatorie, non aiuta in alcun modo a contenerne la diffusione - anzi, si costringe chi ne è affetto a nascondere la propria condizione; e chi è a rischio cerca di evitare i controlli, perché dal momento in cui è accertata la sua positività scattano gli obblighi sanitari e le responsabilità penali. 

La proposta del TSO, oltre ad essere controproducente dal punto di vista sanitario, ha l'effetto di aumentare la stigmatizzazione, che è il contrario di quello che occorre invece fare.

Per fare un esempio concreto, se un mio collega (lavoro in banca) subisce una rapina, lo mandano in ferie per quindici giorni, perché si rimetta dallo shock. E qualche tempo fa, una dipendente sarda delle Poste, dopo la terza rapina, è stata dichiarata invalida civile al 100% e collocata a riposo.

Ve l'immaginate una prostituta che, dopo un'aggressione (al suo corpo, mica ai denari della banca!) riceve da un'assicurazione un'indennizzo che le permetta di astenersi dal lavoro per due settimane, o che dopo più aggressioni, venga dichiarata invalida civile? Se non ci avete pensato, questo mostra quanto sia difficile per voi equiparare la prostituzione ad un'altra attività, e quanto dobbiate ancora lavorare sulla stigmatizzazione.

E questa proposta di TSO può fare "vittime collaterali": la prima cosa che si maligna delle donne appartenenti ad una minoranza è che siano lascive. Lo si diceva delle ebree, lo si dice delle rom, lo si pensa delle donne di colore ... e le donne bisessuali vengono spesso molestate e stuprate da chi crede (a torto!) che loro siano la disponibilità sessuale personificata.

Chi mi garantisce che questi pettegolezzi non diventino precise accuse di prostituzione, anche se campate in aria? Negli USA si è coniata la sigla DWB = Driving While Black = Al volante quando si è neri, per indicare il fatto che ai posti di blocco è molto più facile che venga fermato un automobilista di colore di uno bianco.

Negli USA l'ufficio del Procuratore Generale ha anche il compito di controllare che i dipartimenti di polizia non cedano al razzismo, e quando vede che, chissà perché, la maggior parte degli arrestati sono neri, che la maggior parte dei multati sono neri, e che gli stessi reati e le medesime infrazioni i neri li pagano più cari, parte un'inchiesta che può far cadere molte teste.

L'OSCAD italiano sarà in grado di perseguire i sindaci che si accaniscono con il TSO contro le minoranze?

Inoltre, se una persona si sente dare della "puttana", può oggi querelare l'offensore per ingiuria/diffamazione, e vincere la causa senza dover descrivere la sua vita sessuale ed economica; ma se una persona sospetta di essere dedita alla prostituzione può essere sottoposta a TSO, allora è di pubblico interesse sapere se costei prostituta lo è per davvero!

Chi oserà querelare l'autore dell'ingiuria, attirando così l'attenzione su di sé?

Le proposte precedenti provengono dalla Lega; una perla invece di un deputato del PD è il divieto di “chiedere prestazioni sessuali a persone dedite alla prostituzione”. Chiaramente, questo deputato vuole inasprire la Legge Merlin anziché superarla, e la "perla" non tiene conto di una cosa: anche le prostitute lo fanno per amore e divertimento, e per gli stessi motivi si può proporglielo.

Come si fa a distinguere in una prostituta il rapporto professionale da quello amoroso o da quello ricreativo? Deve per elementare correttezza indossare costei una maglietta con la scritta: "Se me lo chiedete finite nei guai"? (a)

Sarebbe il sogno di molte donne poterlo dire ai loro molestatori, ma il mondo di questo deputato del PD è proprio rovesciato.

Raffaele Yona Ladu



(a) Anziché, ad esempio, una con l'immagine di una padella sul fuoco e la scritta: "Chi pensa che io non scelga qui si accomodi".

lunedì 11 maggio 2015

Lettera all'Avvenire

Egregio Direttore,

sono ebreo e ritengo opportuno avvertire che l'articolo in oggetto

( http://www.avvenire.it/Dossier/La%20questione%20gender/I%20commenti/Pagine/GENDER-.aspx )

manca in una cosa.

Sebbene Judith Butler abbia un grosso debito con FW Nietzsche, lei non riuscirebbe ad onorarlo se dei pensatori ebrei di prima grandezza, noti anche in Italia, come Abraham Joshua Heschel (1907-1972) e Joseph Ber Soloveitchik (1903-1993), non avessero negato il primo che esista una natura umana, il secondo che compito dell'uomo sia vivere secondo natura.

Confutare queste posizioni è ovviamente lecito, ma le argomentazioni usate (che evocano un superomismo che non riesco a vedere nelle opere della Butler - la quale osserva che il genere, per quanto "performativo", non è un vestito che uno può mettere e levare come vuole, perché senza genere il soggetto non riesce neppure a costituirsi) finiscono con il delegittimare anche chi preferisce il pensiero ebraico a quello stoico (da cui il cristianesimo ha recepito il concetto di natura umana e l'ambizione di vivere secondo natura).

La Butler, come potete leggere qui:

http://mondoweiss.net/2012/08/judith-butler-responds-to-attack-i-affirm-a-judaism-that-is-not-associated-with-state-violence

ha una sensibilità etica (ed ebraica) che non ha niente a che fare con il tentativo di Nietzsche di individuare un'aristocrazia di uomini superiori, ed un'etica che li faccia fiorire.

Shalòm u-vrakhà,
Raffaele Yona Ladu 

domenica 10 maggio 2015

Considerazioni su "La segregazione amichevole" / Ruggero Taradel ; Barbara Raggi


Ammetto di essermi procurato il libro per rinvenire eventuali somiglianze tra l'omofobia proposta dalla chiesa cattolica con il pretesto della lotta contro l'inesistente ideologia del gender, e l'antisemitismo da essa propugnato in passato con il pretesto della difesa dei cattolici contro il presunto complotto ebraico per dominare il mondo.

Ci sono affinità e differenze, per cui il confronto va fatto in modo molto sofisticato; per il momento ritengo opportuno citare questo brano delle pagine 25-26:
[p. 25] (...) La riesumazione dell'accusa del sangue, e l'edificazione del mito della cospirazione ebraica s'inquadrano all'interno di un vasto progetto politico. 
[p.26] Demonizzando l'ebraismo, additando gli ebrei come nazione strutturalmente criminale, e indicandoli come i segreti manovratori del liberalismo e della massoneria, i gesuiti di Civiltà Cattolica cercavano di gettare lo scompiglio all'interno della massoneria stessa, sperando di costringere i suoi affiliati a guardarsi sospettosamente l'un l'altro come ebrei e non-ebrei, e di screditare, con il minimo sforzo e la massima efficacia, i princìpi laici e liberali. Questi principi, si suggeriva, non solo avevano finito col dar mano libera agli odiatori di Cristo e dell'umanità, ma erano stati dagli stessi ebrei creati al fine di irretire i gentili e per poter meglio riuscire nei loro disegni di conquista del mondo.
La campagna antisemita, aveva, tra gli altri effetti, quello di proporre un esempio concreto di come non si potessero mettere le varie religioni sullo stesso piano, e di come l'eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge dovesse necessariamente non applicarsi almeno agli ebrei, che non a caso vengono definiti come pseudo-cittadini e stranieri. La fede religiosa doveva quindi tornare a costituire una discriminante essenziale per il trattamento giuridico. Il rimedio proposto alla questione è quindi semplice quanto drastico: commentando positivamente le prime iniziative antisemite delle leghe degli studenti in Germania, la rivista nel 1881, osservava compiaciuta: "Dappertutto si trova essere urgente di opporre un argine contro l'invasione deli ebrei, che si cambia così facilmente in predominio. Dapertutto si riconosce che è necessario ristabilire un organamento a somiglianza di quello che esisteva nel medioevo, e in forza del quale trovisi eliminata l'azione degli ebrei sugli affari concernenti sì il commercio sì l'industria". Il vero capolavoro, da parte della Civiltà Cattolica, consisterà nel presentare la proposta di leggi speciali per gli ebrei, continuamente reiterata, come segno di dimostrazione del provvido amore della Chiesa verso gli ebrei stessi.
Devo ancora finire di leggere il libro, ed allora farò considerazioni più sofisticate; quello che vorrei però osservare è che la chiesa cattolica sta promuovendo nuovamente scompiglio nelle organizzazioni LGBTQIA, inducendole a denunciare come inesistente l'ideologia del gender (ed in questo hanno ragione) ed a denunciare ogni sforzo di abolire la differenza sessuale - e questa è cosa assai più complicata.

La mia scarsa dimestichezza con la filosofia mi impone di basarmi su sintesi come la voce Feminist Perspectives on the Body della Stanford Encyclopedia of Philosophy; e questa voce spiega chiaramente che "differenza sessuale" non vuol dire appiattire il genere sul sesso, perché anche Luce Irigaray, pur partendo dal dato corporeo, che rende per lei la donna irriducibile all'uomo, si rende perfettamente conto che questo dato viene assunto attraverso l'immaginazione e la cultura.

Il pensiero della differenza non abolisce il genere - semplicemente non concepisce che possa separarsi dal sesso, ed un sesso concepito in modo binario, con tutti gli inconvenienti del caso. Per esempio, le persone intersessuali, transessuali/transgender, genderqueer o comunque non binarie diventano inconcepibili.

Ed è stato notato da Anne Fausto Sterling che la divisione dell'umanità in due sessi è più culturale che biologica; Judith Butler ritiene il genere una "prestazione" che viene continuamente ripetuta fino a sembrare un dato naturale (e ne assume anche la forza, tant'è vero che la stessa Butler avverte che il genere non è un attributo che si può scegliere ogni giorno come un vestito, e che un soggetto privo di genere non riuscirebbe nemmeno a concepirsi), quindi non c'è motivo di ritenere che sessi e genere debbano essere due e due soltanto.

Mi sono ormai convinto che la divisione dell'umanità in sessi e generi è puramente convenzionale, ed in ogni caso di discutibile utilità pratica (ne riparlo poi).

Solo nel campo delle relazioni intime e delle cure mediche è indispensabile entrare in rapporto con il corpo delle persone - ma nessun medico e nessun amante si accontenterà di sapere che il proprio paziente od il proprio amato appartiene ad un sesso piuttosto che ad un altro, perché la clinica e l'amore esigono la personalizzazione del rapporto.

Non si può amare una persona solo dopo averne guardato il genere/sesso nei documenti, non si può curare una persona solo conoscendone il sesso anagrafico.

Negli altri rapporti sociali, quello che conta è tuttalpiù il genere, ovvero l'identità che si assume ed il ruolo che si ricopre. Ma quanto è importante il genere nella vita sociale? Poco o punto, perché anche la società ragiona sempre più personalizzando anziché categorizzando.

Ed incasellare le persone nel loro genere, e far collassare il genere nel sesso significa imporre alle persone un destino in base ad una caratteristica acquisita alla nascita, e magari legalmente immutabile. Che senso ha?

L'utilità pratica della divisione dell'umanità in sessi (come ho già ricordato, non ce ne sono solo due: esistono le persone intersessuali e transessuali, che in diversi modi smentiscono la dicotomia) si ha soltanto qualora si ritenga fondamentale sapere a priori se un rapporto sessuale fra due persone è potenzialmente fecondo; se si concepisce la società umana come un gregge di cui il pastore vuole massimizzare la fecondità (per avere una prole quantitativamente più abbondante e qualitativamente superiore), allora l'informazione è fondamentale.

Se si ritiene invece che tocchi agli individui scegliere i(l) propri(o) partner, e che in questa scelta sono tollerati i consigli, ma bandite le interferenze, allora l'informazione sul sesso biologico e l'identità di genere di una persona non è di interesse pubblico - va considerata un dato sensibile che solo il titolare può decidere se ed a chi rivelare.

Ma questo antibinarismo è troppo per molte persone. A cominciare da quello che accusò un serio libro di psicologia di essere ispirato all'"ideologia del gender" perché usava la rispettabile locuzione "identità di genere".

Quel signore vieterà all'elettricista di usare il cercafase mentre aggiusta l'impianto elettrico, e poi si lamenterà che in casa sua chi tocca una lampadina con le mani bagnate prende la scossa anche quando la lampada è spenta!

Raffaele Yona Ladu

Un modo eccezionale di aiutare le persone

(Bozza - il post dovrà essere riveduto)

Nel libro Lilith : La luna nera / Roberto Sicuteri. - Roma, 1980 : Astrolabio-Ubaldini Editore. - ISBN 9788834006597 l'autore cita un racconto dei chassidim di Martin Buber, che io qui riassumo.
Un ebreo era ossessionato da Lilith, che ogni notte lo possedeva carnalmente nel sonno, e perciò decise di rivolgersi ad un "rabbino miracoloso". 
Questi si era meritato il titolo, presagì la venuta del giovane, ed ordinò a tutti gli abitanti del paese in cui viveva di chiudersi in casa quella sera e di non aprire a nessuno per nessun motivo. 
Quest'ordine era più incredibile di quello che Dio diede ad Abramo di sacrificare Isacco, visto che l'ospitalità è un grave dovere ebraico, ma gli abitanti gli obbedirono. 
Cosicché il giovanotto, quella notte, non potè fare altro che sdraiarsi all'addiaccio, su una balla di fieno. 
Lilith venne a trovare il giovane e gli disse: 
Alzati e vieni a giacere con me.
L'uomo si stupì e le chiese: 
Perché mi chiedi di alzarmi e venire da te, visto che di solito mi possiedi senza complimenti?
Lilith rispose: 
Nella balla di fieno c'è un'erba che mi impedisce di avvicinarmi a te. 
Il giovanotto ruppe la balla e cominciò a separarne le varie erbe, finché Lilith non disse: 
Ecco, è quella giusta!
Il giovane afferrò quell'erba e se la legò al petto - Lilith dovette battere in ritirata.
La storia mi è piaciuta perché il rabbino, anziché aiutare lui personalmente il giovane, ha preferito metterlo in grado di aiutarsi da solo.

Certo, non sempre si può fare e, come è stato fatto in quest'occasione, era molto rischioso: se il giovane avesse preso freddo, od avesse incontrato un delinquente anziché Lilith, gli abitanti del paese sarebbero stati responsabili per averlo esposto alla malattia ed al pericolo.

Non va dimenticato inoltre che la mancanza di ospitalità, per gli ebrei, fu la colpa fatale di Sodoma e Gomorra - il paese del rabbino rischiava davvero la funesta ira divina, obbedendogli.

La storia somiglia in questo a quella di Abul 'Abbas al-Khidr - anche lui violava la Legge per uno scopo superiore, non evidente a prima vista neppure a Mosé.

E forse l'intento della storia era insegnare a non disperare nelle avversità, perché in esse ci può essere una provvidenziale risorsa nascosta.

Raffaele Yona Ladu

mercoledì 29 aprile 2015

Trans-specismo ebraico

Sono un appassionato di fantascienza, e mi sono chiesto una volta se un alieno potrebbe diventare ebreo, e la risposta l'ho trovata nel pensiero di  Abraham Joshua Heschel (1907-1972).

Come ho già osservato qui, per Heschel non esiste una natura umana; come definisce egli l'uomo, allora? Nelle pagine 140 e 141 (paragrafo Ethos e pathos) del citato libro Il pensiero ebraico nel Novecento / a cura di Adriano Fabris si trova questo brano (corsivi dell'autore, sottolineature mie):
La definizione dell'uomo come immagine di Dio è fondamentale per comprendere la dimensione etica dell'uomo. Se l'uomo è a immagine di Dio, significa che "l'uomo può agire a somiglianza di Dio" (Heschel, 1969a, p. 242). Introducendo la dialettica tra "essere uomo" ed "essere umano", il nostro autore sottolineava come to be (essere) nell'orizzonte dell'ontologia e dell'antropologia biblica sia sempre un to obey (obbedire). L'uomo si sente investito di un compito e si sente richiesto da Qualcuno. "Sono comandato, perciò sono" (Heschel, 1970, p. 209). "Vi è un innato senso di debito nella coscienza dell'uomo [...] il senso di debito è il pathos dell'essere uomini" (Heschel, 1971, p. 170). Il senso di debito si esprime nell'obbedienza rivolta a Dio. Attraverso una fenomenologia del bisogno Heschel cerca di individuare come l'etica preceda l'ontologia, il dover essere fonda l'essere.
Il nostro autore definisce l'uomo come un essere di bisogno: l'uomo non ha solo delle necessità o dei bisogni, ma è essenzialmente un essere di bisogno.
All'uomo importa non solo di essere soddisfatto, ma di essere anche in grado di soddisfare, di costituire egli stesso una necessità, non soltanto di avere delle necessità. I bisogni personali vanno e vengono, ma una sola ansia rimane: sono io necessario? Non vi è uomo che non sia stato mosso da questo interrogativo ansioso (Heschel, 1970, p. 199).
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Credo che in questo sia la chiave: chiunque si senta "richiesto da Qualcuno" è un essere umano nel senso di Heschel, anche se un biologo rifiuterebbe di ascriverlo alla specie umana, od un informatico lo definirebbe un prodotto hardware e/o software particolarmente sofisticato.

Mi rendo conto di andare oltre Heschel, ma questo non solo risponde favorevolmente al mio interrogativo, ma permette di considerare la serie a fumetti Il gatto del rabbino / Joann Sfar, ed il film che ne è stato tratto, cose tutt'altro che oziose.

Se un animale riesce a comunicarci (per il momento è solo una fantasia) il suo sentirsi "richiesto da Qualcuno", è umano dal punto di vista halakhico, e candidabile al giyur = conversione.

Resta l'interessante problema: i bisogni LGBT delle persone sono bisogni di Dio, nel senso di Heschel? Altro brano da citare (pp. 141-142) (corsivi dell'autore, sottolineature mie):
Riconoscere questo bisogno fondamentale, cioè di essere una necessità di Dio, rende possibile la distinzione tra bisogno autentico e inautentico. Nel bisogno autentico è il fine, appunto la sollecitudine divina, ciò che è buono agli occhi di Dio e dunque per l'uomo, che genera i vari bisogni, evitando che questi diventino dei fini per l'uomo. "I bisogni autentici sono bisogni di Dio" (Heschel, 1969a, p. 426). I bisogni inautentici sono quei bisogni che l'uomo pone a fine della sua azione. Il pathos dell'uomo permette di mantenere distinti il fine dal bisogno, cosicché sia il fine a determinare il bisogno e non viceversa. Il pathos fa sì che i fini diventino bisogni dell'uomo, in modo tale che l'amore per gli altri e il dovere in genere non sono più un fine a cui devo adeguarmi, ma una mia sollecitudine, una necessità e un bisogno. In tal senso parla Heschel (Heschel, 1970, p. 275) della "conversione dei bisogni". Questa conversione avviene attraverso l'educazione alla sapienza.
La mia risposta è che i bisogni LGBT hanno la stessa dignità di quelli eteronormati, perché tutte le persone desiderano essere necessarie per altre persone. Potrei pensare che una relazione valida non è quella in cui ognuno sente il bisogno dell'altro, ma quella in cui ognuno sa di essere necessario all'altro.

Il movimento conservatore, a cui Heschel appartenne dal 1945 alla morte, celebrando matrimoni religiosi omosessuali, ammettendo al rabbinato persone omosessuali, bisessuali, transessuali, e sostenendo il matrimonio egualitario, ha dato una risposta simile alla mia.

Non conosco la risposta personale di Abraham Joshua Heschel, ma so che la figlia Susannah Heschel (in ottima salute - non so quando è nata perché ha convinto tutti i siti con la sua biografia ad omettere l'anno di nascita) sostiene i diritti LGBT.

Ha pure convinto molti ad aggiungere un'arancia al piatto del Seder Pesach per rappresentare l'inclusione delle persone LGBT, ed ha scritto un bell'articolo per commemorare la marcia su Selma a cui partecipò nel 1965 il suo illustre babbo.

Abraham Joshua Heschel (il secondo da destra) a Selma

Raffaele Yona Ladu