lunedì 3 ottobre 2016

Trans 101 per Jorge Mario Bergoglio










Ho scritto, in qualità di vicepresidente di Lieviti, l'articolo [1], e l'articolo [2] mostra un papa che sembra voler correggere il tiro sull'argomento, guadagnandosi l'approvazione solo parziale dei cattolici LGBT che si riconoscono in [3].

Io non vedo motivo di correggere quello che ho scritto in [1], ed intendo invece spiegare perché è pericoloso seguire i consigli del papa, se si hanno dei figli.

Leggiamo questo brano di [2]:
Un padre francese mi raccontava del figlio di dieci anni: alla domanda "cosa vuoi fare da grande" ha risposto: la ragazza! Il padre si è accorto che nei libri di scuola si insegnava la teoria gender, e questo è contro le cose naturali.
Allora, visto che sono sia genderqueer che Asperger, credo di poter parlare di queste cose sulla base della mia esperienza, che mi porta a confermare quello che l'autrice di [4] dice a pagina 10 del documento:
Ma più comune è il crossdresser che è sotto stress estremo, ha una grave perdita nella sua vita, e fugge temporaneamente nella femminilità. È lì che è abituato a recarsi per la consolazione, e la protezione dal male che gli può essere fatto accidentalmente [safety] o deliberatamente [security], ed allora comincia a pensare di essere transessuale, ma quello che accade nel tempo durante una psicoterapia, anzi, semplicemente con il passare del tempo, se la spinta è davvero una spinta che viene da dentro, è che alla fine si rende conto che è fondamentalmente un crossdresser. Perciò, se sei un crossdresser, una cosa a cui devi badare se scopri che ti stai muovendo verso il femminile, è verificare quanto stress stai affrontando; vedere se hai avuto delle esperienze che potrebbero spingerti a voler fuggire in quest'altra identità.
Lin Fraser è una psicoanalista junghiana di San Francisco, CA, USA, che dal 1971 si occupa anche di persone trans, e tenta una riscrittura della psicologia ("dottrina dell'anima") junghiana che sia inclusiva delle persone LGBTQIA+; l'articolo è del 1990, ma il brano citato spiega bene la mia esperienza e per questo lo propongo.

Il brano parla di adulti, ma non escludo che ci siano bambin* che abbiano lo stesso problema; perciò il genitore che nota disforia di genere nel* propri* figli* non deve chiedersi se qualcuno ha detto al* figli* che è possibile cambiare genere anagrafico; deve cominciare con il chiedersi se il/la figli* non stia affrontando uno stress superiore alle sue possibilità, e se una qualche esperienza dolorosa (e magari ricorrente) non sia diventata l'innesco [trigger] di questa disforia.

In quest'indagine occorre partire dal presupposto che l'esperienza del* figli* è genuina, ma occorre capire che cosa la causa, ed intervenire in un modo che giovi a l*i qualunque sia l'esito di questa disforia - indagare e rimuovere lo stress insostenibile è positivo in ogni caso.

Non è quello che propone un'organizzazione transfobica (nonchè omofobica e bifobica) come l'autrice di [5], un articolo dell'agosto 2016 di cui vi riporto un brano significativo:
La letteratura che riguarda l'eziologia ed il trattamento psicoterapeutico della disforia di genere nell'infanzia si basa grandemente sugli studi dei casi clinici. Questi studi suggeriscono che il rinforzo sociale, la psicopatologia genitoriale, le dinamiche familiari ed il contagio sociale favorito dai media generalisti e dai social, tutte queste cose contribuiscono allo sviluppo e/o alla persistenza della disforia di genere in alcuni bambini vulnerabili. Potrebbero esserci anche ulteriori fattori aggiuntivi ancora non riconosciuti.
Quali studi consentano di psicopatologizzare i genitori (???) oppure di attribuire alla società un'atteggiamento eccessivamente positivo (!!!) verso le persone trans l'articolo non lo dice (e sì che non mancano le note a piè di pagina!) - quello che è chiaro è che la disforia di genere viene ritenuta una cosa che non è propria del* bambin*, ma gli/le viene imposta da un ambiente sociale malsano e (a continuare la lettura dell'articolo) da una famiglia malata o che non segue i consigli degli autori.

L'esperienza che il/la bambin* vive viene trattata con meno serietà di un raffreddore, e questa non è la ricetta per curare la disforia di genere, ma per perpetuare ed aggravare lo stress del* bambin*, con le conseguenze paradossali che ho già spiegato. Mi è già capitato nella vita adulta, e non voglio che accada ad altri.

Inoltre, l'unica condizione medica (anzi, famiglia di condizioni mediche) che gli autori di [5] prendono in considerazione come possibile causa di disforia di genere è l'intersessualità - e per un motivo molto semplice: nella loro concezione della natura umana, il genere è allineato al sesso, e solo un disturbo nello sviluppo sessuale può essere per loro causa plausibile di genuina disforia di genere.

Eppure si è notato (dal 2004 almeno, a giudicare da [6]) che almeno un'altra condizione medica (neurologica, per la precisione), che non ha niente a che fare con l'intersessualità, può avere per sintomo la disforia di genere: la Sindrome di Asperger, quella di cui sono orgoglioso ad onta di tutti gli inconvenienti che mi procura.

È vero che gli studi citati in [8] ed [9] devono essere replicati ed approfonditi prima di confermarne i  risultati, ma ho cominciato a sospettare di avere la Sindrome di Asperger (poi ufficialmente diagnosticata - vedi [7]) proprio indagando sulla mia personale disforia di genere, e questo rende perfettamente credibile ai miei occhi ciò che afferma [9]: il 25% de* bambin* con disforia di genere potrebbe soffrire di Sindrome di Asperger.

I motivi per cui accade sono oggetto di supposizione: la psicologa che mi ha diagnosticato rammenta che gli Asperger imitano inconsapevolmente le persone che amano, e chi ama una lesbica può cominciare perciò a comportarsi come una lesbica; io faccio notare che le persone con la Sindrome di Asperger sono molto sensibili, vengono quasi sempre ferocemente bullizzate, e gestiscono malissimo lo stress - perciò almeno alcuni di loro potrebbero ricadere nel caso del "crossdresser ultrastressato".

Dalla Sindrome di Asperger non si guarisce, essa nuoce ai rapporti sociali, ed a molti pazienti (non a me) rende molto difficile od impossibile la guida di un veicolo stradale (perché guidare richiede saper prevedere il comportamento degli altri utenti della strada, cosa in cui gli Aspie sono alquanto deficitari); ma una diagnosi precoce aiuta il/la paziente a gestire meglio la propria condizione.

Non fa quindi un favore Jorge Mario Bergoglio a* bambin* che hanno disforia di genere ed ai loro genitori dandone la colpa alla cosiddetta "teoria del gender". Queste parole servono solo a ritardare una diagnosi efficace e ad aumentare la sofferenza.

E se un* bambin* non è nè stressat* nè Aspie, e la sua disforia di genere risulta "idiopatica"? O, anche se si può identificarne un "innesco", essa ha comunque assunto vita propria e l'identità di genere del* bimb* non coincide (più) col genere anagrafico? Se ne prende atto e l* si fa seguire da un'équipe che l* aiuti a trovare la soluzione migliore per l*i - ma il presupposto è sempre che l'esperienza è genuina e proviene dal paziente.

Jorge Mario Bergoglio dice in [2]:
Nella mia vita di sacerdote, di vescovo e di Papa io ho accompagnato persone con tendenze e anche pratiche omosessuali. Li ho avvicinati al Signore e mai li ho abbandonati. Le persone si devono accompagnare, come faceva Gesù. Quando una persona che ha questa condizione arriverà davanti a Gesù, lui sicuramente non dirà: vattene via perché sei omosessuale. 
(...) 
L'anno scorso ho ricevuto la lettera di uno spagnolo che mi raccontava la sua storia. Ha sofferto tanto perché lui si sentiva un ragazzo ma era fisicamente una ragazza. Ha raccontato alla mamma che avrebbe voluto operarsi e lei gli ha chiesto di non farlo finché era viva. Quando è morta, lui si è fatto l'intervento. È andato dal vescovo che lo ha accompagnato tanto, era un bravo vescovo. Poi ha cambiato la sua identità civile, si è sposato e mi ha scritto che per lui sarebbe stata una consolazione venire da me con la sua sposa. Lui che era lei ma è lui. Li ho ricevuti, erano contenti. Capito? La vita è vita, le cose si devono prendere come vengono. Il peccato è peccato, ci sono le tendenze, gli squilibri ormonali, esistono tanti problemi. Ma in ogni caso bisogna accogliere, accompagnare, studiare, discernere e integrare. È un problema umano, e si deve risolvere come si può, sempre con la misericordia di Dio.
Ritengo insufficienti i gesti del papa; in ogni caso, sembra che non ci siano persone trans dichiarate nella Cura romana capaci di dirgli: "Santità, la nostra condizione non è come Lei la descrive. Il 'pentalogo' dell''accogliere, accompagnare, studiare, discernere, integrare' non è applicato fino in fondo".

Raffaele Yona Ladu
Orgogliosamente ebre* ed Aspie
Dottore in Psicologia Generale e Sperimentale

giovedì 29 settembre 2016

Sono Aspie

Il 28 Settembre 2016 ho incontrato Mireya Moyano, una specialista nei Disturbi dello Spettro Autistico (di cui fa parte la Sindrome di Asperger); ella ha detto che già a parlarmi la sindrome di Asperger era evidente, ma il protocollo esigeva un esame più strutturato.

Mi ha sottoposto ad un test in cui ho totalizzato 172 punti – 65 sarebbero bastati per la diagnosi di “Sindrome di Asperger”.

Non mancano i siti italiani dedicati ad essa (elencati in http://www.rdos.net/it/) – uno particolarmente consigliato è http://www.spazioasperger.it/ .

Che devo dire? “Portami su, Scotty – c’è un nuovo guardiamarina nell’Astronave Enterprise”.



domenica 4 settembre 2016

Risposta a Progetto Genderqueer



Nathan Bonnì, l'autore di [1], mi ha insegnato molto, e mi sento obbligato perciò a motivare il parziale dissenso da questo suo scritto. Preciso che la questione è complicata per entrambi, sia per me che per lui, e quindi probabilmente questo post verrà modificato più e più volte in questi giorni.

La motivazione principale del dissenso è questa: ritengo che ognun* possa (s)vestirsi come vuole (sono naturista), e pertanto ritengo inaccettabile vietare il "burqini" e tutte le forme di velo islamico. Nathan Bonnì non lo vuole vietare (ha tenuto a precisarlo), ma lo ritiene un simbolo di regresso culturale da contrastare.

Nathan fa un paragone interessante: le donne mussulmane che indossano i veli più coprenti lo fanno per libera scelta esattamente come per libera scelta le ragazze siciliane di qualche decennio fa arrivavano vergini al matrimonio. Ovvero, tecnicamente, sono loro a volerlo; di fatto, questa scelta è frutto delle pesanti imposizioni sociali che subiscono.

Il paragone ignora che in un paese come l'Italia e la Francia, le pressioni sociali contro il velo islamico sono molto forti, e penso che ci voglia più coraggio ad indossarlo che a deporlo. Ma, anche se indossare questo tipo di velo fosse frutto di imposizione (non credo, perché mi capita di vedere per strada donne adulte velate in compagnia di altre donne non velate - se le velate fossero vittime del maschilismo, i loro uomini cercherebbero di impedire alle velate di incontrare delle non velate che potrebbero metter loro strane idee in testa; inoltre, talvolta velate e non velate che passeggiano insieme si assomigliano, il che mi fa pensare che appartengano alla medesima famiglia, che ha probabilmente deciso di lasciar libera scelta alle sue donne), non è proibendolo che si risolve il problema.

Proibirlo significa cercare di risolvere un problema sociale (ammesso che ci sia) colpendo le vittime anzichè i colpevoli. Tornando al paragone con le ragazze siciliane socialmente obbligate ad arrivare vergini al matrimonio, proibire il burkini è come multare le ragazze che al matrimonio arrivano vergini.

L'assurdità mi pare evidente, così come era assurdo che venissero in passato multati gli sposi che vergini al matrimonio non ci arrivavano [2]. Se vogliamo incoraggiare le ragazze ad avere una vita sessuale più libera, occorre innanzitutto metterle in condizione di mantenersi da sole, poi fornir loro i mezzi per evitare gravidanze indesiderate e malattie a trasmissione sessuale, e l'istruzione che ci vuole a far buon uso di tutto questo.

La sanzione penale non va rivolta contro le ragazze che continuano a vivere alla maniera delle loro ave, ma contro chi minaccia le ragazze troppo libere per i suoi gusti - e non ci si deve illudere che basti da sola.

Abbiamo paura che le donne mussulmane immigrate in Italia siano sottomesse ai loro familiari maschi? Dubito che sia vero, perché le donne mussulmane che ho avuto modo di incontrare finora sono capaci di mangiare i fagioli in testa a qualsiasi uomo, ed hanno parole di fuoco contro i regimi arabi e l'islam più bigotto; ma questo sarebbe il modo di liberarle, non multare coloro che indossano un velo molto coprente.

Per quanto riguarda il postulato che "tutto ciò che è binario è oppressivo", esso mi trova d'accordo; ma è anche vero che prendersela con il solo burqa espone all'obiezione: "Perché non vieti anche le gonne?" Direi che è meglio scegliere un altro fronte per iniziare l'attacco contro il binarismo.

Nathan Bonnì si chiede perchè mai non cerchiamo di liberare dall'oppressione le vittime dell'islam politico. Innanzitutto, va precisato che l'islam non può evitare di avere un'espressione politica, e che quest'espressione non è univoca.

Quello che possiamo fare è solo impedire che questa espressione politica (non necessariamente autoritaria) violi i diritti umani delle persone. Nei paesi occidentali i mezzi ci sono; all'estero ci sono dei seri limiti alla nostra azione, e quando si è cercato di violarli, per esempio andando a combattere in Iraq e Libia, non si è portata la libertà ma il caos. Prudenza ed autocritica mi paiono ora di rigore.

Non apprezzo molto questo paragrafo:
E’ facile, se si è radical chic e si vive in centro, anche provenendo da percorsi di femminismo anni settanta, rivendicare una moschea in un quartiere periferico, lontano dalla loro casa, dove si auspica che la “comunità musulmana” trovi un suo polo (ovvero, un ghetto). E’ facile e e fa chic dire che si vuole la moschea a Milano ma disinteressarsi completamente di come poter creare una coabitazione rispettosa ed inclusiva tra le persone LGBT (e le donne emancipate) che abitano la periferia (e sono tantissime) e l’immigrazione musulmana (che, se raccolta in un ghetto, non aiuterà di certo le donne ad usufruire dei progressi della modernità).
Io ho aiutato alcuni mussulmani LGBT ad ottenere asilo in Italia, e mi sono ferocemente opposto a tutti i tentativi del sindaco di Verona Flavio Tosi di chiudere la moschea di Verona. Conosco alcuni degli imam (sono in tutto nove) di quella moschea, e pur sapendo che non la pensano come me sulle questioni LGBT, ho un discreto rapporto con loro.

Abito a Zevio, comune che confina con San Giovanni Lupatoto, comune nel quale l'UCOII vuole creare una scuola per imam di livello nazionale - ed ho chiesto gentilmente alla segreteria della moschea di Verona di tenermi informato sul progetto e su quando terranno dei corsi anche per non mussulmani (mi hanno detto che sono previsti, anche se non c'è ancora un calendario).

Nathan non parlava certo di me; infatti di me si possono dire molte cose, ma non che voglio i mussulmani ovunque tranne che vicino a casa mia; ritengo una moschea utile a loro, non solo come luogo di preghiera, ma anche per meglio integrare i mussulmani immigrati in Italia.

Mia moglie è valdese, e la chiesa valdese di Verona fa un grosso sforzo per aiutare i suoi membri di origine africana ad integrarsi - così come lo fa la moschea di Verona; non vedo perché va considerato positivo questo lavoro se lo fa una chiesa cristiana, e negativo se lo fa una comunità mussulmana. Non vedo segni di "(auto)ghettizzazione" a Verona.

Uno pensa: "Ma i valdesi hanno le donne pastore, sono LGBT-friendly, ecc.". Vero, ma gli stessi valdesi ricordano che, se nel Medioevo Pietro Valdo aveva affidato anche alle donne la predicazione, le successive persecuzioni e l'adesione al calvinismo (1547) portarono alla loro estromissione - solo negli anni '60 si è consentito alle donne valdesi di aspirare al pastorato, e la pastora Letizia Tomassone ha osservato che quello che era successo alle donne valdesi (che peggiorarono il loro status a seguito delle persecuzioni) era successo anche alle prime cristiane, che videro il loro ruolo nelle chiese ridursi via via che tali chiese dovevano affrontare una persecuzione sempre più grave.

Forse è meglio evitare di mettere i mussulmani in Italia in una condizione simile - anche perché, se non esiste una moschea pubblica, retta da un'associazione regolarmente costituita, con dirigenti eletti dall'assemblea dei fedeli, imam che hanno potuto e dovuto mostrare il loro curriculum per essere assunti, e bilanci pubblicamente verificabili, nasceranno moschee clandestine, con fonti di finanziamento incontrollabili, imam più fanatici che colti, e responsabili pronti a darsi alla macchia al primo problema.

Inoltre, ci sono molti valdesi omofobi, e convincerli che essere LGBT non è una maledizione (Romani 1:18-32) non è per niente facile (complice, tra l'altro, un editore cattolico che, di tutta la monumentale "Dogmatica ecclesiale" di Karl Barth ha tradotto in italiano i passi per lui più interessanti, tra cui i più omofobi). Mia moglie sta dando il suo contributo mostrandosi una brava e caritatevole cristiana bisessuale, procurandosi anche le simpatie di molte persone anti-LGBT.

È un lavoro lungo, ma non conosciamo scorciatoie. Anche con molti mussulmani (e prima ancora con molti cattolici) si dovrà fare altrettanto. Non esistono comunità religiose esenti da questo problema - sono ebre*, e so quanto frastagliato è il mondo ebraico su questa questione.

Raffaele Yona Ladu
Ebre* genderqueer.

mercoledì 31 agosto 2016

Antibinarismo transfobico








Volendo scrivere una storiella con una protagonista trans MtF, mi sono dovuto documentare sul “blocco della pubertà” che spesso viene praticato su* ragazz* che soffrono di “disforia di genere”.

La “disforia di genere”, ovvero il trovarsi in forte disagio con il sesso attribuito alla nascita, non è solo un fenomeno adulto – può capitare anche agli adolescenti e pure ai bambini (di ogni genere); poiché è molto più facile eseguire una transizione (ormonale o chirurgica) su un corpo che non sia stato già fortemente mascolinizzato o femminilizzato dalla pubertà, si propone spesso a* ragazz* che ne soffrono di assumere, non appena inizia la pubertà, degli “ormoni rilascianti gonadotropine (GnHR)”, che hanno l’effetto di bloccare la produzione degli ormoni sessuali.

L’effetto del blocco è solo temporaneo – se si smettono di prendere questi ormoni, la pubertà riprende; questo permette di rimandare la decisione se procedere con una transizione ormonale o chirurgica ad un’età più matura, in cui la legge consente al paziente di decidere da sé. Se la disforia di genere passa, si è solo perso un po’ di tempo; se persiste ed il paziente desidera transizionare, parte da una situazione molto più favorevole.

Inconvenienti seri nella pratica non ne vedo – il rischio più grave mi pare quello dell’osteopenia, ovvero dell’indebolimento delle ossa, in quanto non assistite dagli ormoni sessuali finché dura il blocco della pubertà. Gli altri inconvenienti che lamentano i siti [1] e [2] (sterilità, necessità di assumere ormoni e subire controlli medici frequenti) sono quelli di una transizione completa vera e propria, non del semplice blocco della pubertà.

Non è corretto considerare il blocco della pubertà e la transizione come due fasi del medesimo trattamento, visto che si può decidere di interrompere il primo e non passare al secondo senza inconvenienti di rilievo - non è come in un'operazione di appendicite, in cui, dopo che il medico ha aperto la ferita, non si può lasciare il tavolo operatorio prima che lui l'abbia richiusa.

L'idea che una persona possa essere forzata da un protocollo medico a transizionare contro sua voglia mi pare risibile; il fatto che chi viene sottoposto a questo protocollo abbia tassi di persistenza nel voler transizionare ben superiori rispetto agli altri, si spiega secondo me con due cose: la prima è che le GnRH costano un patrimonio (si calcola che una cura triennale, tra i 13 ed i 16 anni, costi 105 mila Dollari USA, che poche assicurazioni sanitarie coprono), e questo mi fa pensare che i professionisti le prescrivano solo a ragazz* e famiglie ben motivate; la seconda è che il protocollo comprende sedute psicoterapeutiche, che in qualche modo schermano i/le ragazz* dalla transfobia presente nella società.

Oltretutto, le GnRH non vengono usate solo su* ragazz* con disforia di genere: esistono persone che hanno una pubertà precocissima (prima degli 8 anni nelle ragazze, dei 9 anni nei ragazzi) e, quando essa è "idiopatica" (ovvero, non si riesce a trovarne e curarne la causa), si usano le GnRH per bloccarla. Nessuno ha mai sostenuto che in questi casi esse abbiano provocato disforia di genere; così come non si riscontra disforia di genere superiore alla media nelle persone che hanno invece pubertà tardiva.

Che il cervello di una persona sottoposta a blocco puberale non maturi completamente sembra smentito dagli studi (come [3]) che rinvengono uno sviluppo psicosessuale compatibile con il genere di elezione nei ragazzi che hanno avuto sia il blocco della pubertà che la transizione; le argomentazioni di [2] sono più dovute ad un’interpretazione metafisica di Genesi 1:27 che allo stato attuale delle conoscenze mediche, che hanno molto attenuato il rigido binarismo dei sessi e dei generi insegnato fino a qualche decennio fa.

Più valide mi paiono le argomentazioni di [1], che adopera un linguaggio antibinario, che sarebbe molto interessante se non ne venissero tratte conclusioni transnegative.

Traduco le frasi “antibinarie” (nell’originale sono in grassetto) con cui l’autore (non ne conosco il genere) si dichiara d’accordo:
  1. “Se il genere non è determinato dal sesso biologico, perché tentare di cambiare la propria biologia per farla combaciare con la propria esperienza interiore del genere?”
  2. “Se il genere è costruito in modo fluido e non siamo completamente maschi e femmine, perché dobbiamo ‘sceglierne’ uno?”
  3. “Il nostro senso del sé dotato di genere è aperto al cambiamento per tutta la vita, e non viene fissato precocemente. Se questo è vero, e ci credo, perché Ehrensaft [la curatrice di (4)] aiuta i ragazzini a fissarsi in un’identità di genere che deve durare tutta la vita, attraverso il blocco della pubertà ed ormoni del sesso opposto che li sterilizzano?”
  4. “In breve, l’identità di genere è un costrutto che può essere utile per comprendere l’esperienza del genere che hanno le persone. Ma è solo un costrutto. Non c’è evidenza empirica che esista di per sé. Perciò è ben misero motivo per incamminare i bambini verso una strada che porta alla sterilità permanente.”
  5. “Perché, senza fare appello ad un qualche tipo di essenzialismo, non c’è un buon motivo per rischiare la salute e la vita dei bimbi. Se la biologia (il sesso) non è essenziale per il genere, allora cosa lo è?”
Ehrensaft, come viene descritta dall’autore, si è davvero cacciata in un vicolo cieco, in quanto ha generalizzato a tutte le persone trans quella che è l’esperienza di una parte di loro, dette in gergo (ed in modo spregiativo) “Truscum”, ovvero coloro che hanno una concezione binaria dei sessi e dei generi, e sostengono di essere nati nel corpo del sesso sbagliato. È facile ribattere loro che non possono dare alcuna prova empirica di ciò, eppure sulla possibilità di darla basano la propria vita.

È molto più facile partire invece da una concezione strumentale del corpo – ovvero, del corpo come vestito dell’anima [5]. Un vestito deve adattarsi al ruolo che si assume ed al compito che si svolge. La divisa di un carabiniere non è la stessa di una crocerossina, ed un carabiniere subacqueo non indossa la medesima divisa di un carabiniere paracadutista.

In un mondo utopico, non ci sarebbe bisogno di divise per distinguere i militari dai civili, e tutti sarebbero capaci di capire l’identità di genere di una persona senza basarsi sulle apparenze. Una transizione sarebbe perciò superflua, oppure necessitata solo dal desiderio di avere zone erogene diverse da quelle del sesso attribuito alla nascita.

Ma anche in un ristretto gruppo di persone, come le poche decine di partecipanti all’Eurobicon di Amsterdam del 2016 [6], i quali partivano dal presupposto che l’aspetto è una cosa, ed il genere è un’altra, si sono pregati i partecipanti di indossare dei cartellini non solo con il nome, ma anche con il pronome personale preferito (ho visto “He”, “She”, “They” – usato quest’ultimo come pronome pangenere di terza persona singolare), a scanso di spiacevoli fraintendimenti.

In un ambito più vasto, si è obbligati a manifestare la propria identità di genere attraverso il proprio aspetto. L’alternativa, a cui sarei favorevole, non esclusa da [2], ma assolutamente rifiutata da [1] e da [5], è quella di rendere il sesso/genere di una persona socialmente irrilevante. Soltanto il medico è tenuto a conoscere la sua anatomia ed evoluzione.

Oltre alle persone “truscum”, esistono le persone “tucute”, ovvero quelle che hanno un’identità di genere difforme dal loro sesso biologico, ma non desiderano allineare il secondo alla prima – sono quelle che hanno bisogno dei cartellini con il pronome, in quanto loro desiderano un ruolo sociale, non un corpo corrispondente al loro genere, ed ammettono che il ruolo sociale che vogliono impersonare può cambiare nel tempo.

Sembra che abbiano fatto proprie le obiezioni di [2], che però hanno un serio punto debole, il numero 4: anche il denaro è un costrutto (checché ne dicano i sostenitori del sistema aureo), non una realtà empirica (lo avevo argomentato anche in [7]), eppure viene preso tremendamente sul serio.

Un altro punto debole è il sostenere che i bambini sono troppo piccoli per avere un affidabile senso dell’identità, e si fa il paragone con una bambina (notare il sesso/genere!) figlia di genitori cattolici che a cinque anni si dichiari ebrea ortodossa – l’autore dice che riterrebbe giusto portarla a messa comunque, perché così si fa nella sua famiglia, pur non avendo nulla contro questa sua scelta religiosa.

Il paragone è avventato, per diversi motivi. Il primo è che per gli ebrei non c’è un’età minima per convertirsi (vedi [8]), ed anche un* lattante potrebbe teoricamente convincere un tribunale rabbinico che vuole seriamente diventare ebre*, a dispetto dei genitori; semmai, chi si converte prima dei 12-13 anni (12 anni le bimbe, 13 anni i bimbi) può decidere, una volta giunto a quell'età, di NON fare il Bat/Bar Mitzwah (che l* confermerebbe irrimediabilmente come ebre*) e di ritornare gentile. Guarda caso, è quello che si propone con il blocco della pubertà – dare un periodo di grazia a chi vuol transizionare permettendogli di vivere provvisoriamente nel genere di elezione, e decidere definitivamente quando avrà l’età legale per le decisioni irrimediabili.

Il secondo è che l’autore si è ricordato di fare il paragone con una bimba e non con un bambino (perché un bimbo che si converte all’ebraismo ortodosso va circonciso subito), ma si è dimenticato quello che i francescani non lasciano mai scordare: che Sant’Antonio da Padova fece voto di castità a soli CINQUE anni. Nessun cattolico ride di questo voto, e tutti lo prendono sul serio come prodromo della grandezza del santo. Ditemi voi perché un voto di castità è una cosa seria ed una conversione religiosa od una disforia di genere no.

Il terzo motivo è che, quando studiavo giurisprudenza (ho studiato anche questa materia), per l’esame di diritto civile italiano ho dovuto studiare il caso del figlio minore che fa una scelta religiosa in contrasto con quella del genitore – il genitore può imporgli la sua volontà? La risposta era no, perché la religione era una cosa “privatissima”, cioè troppo personale, che andava rispettata anche in un minorenne.

Seguire il consiglio dell’autore, cioè portare una bambina a messa anche se non vuole, non è solo pedagogicamente inopportuno (e fastidioso per chi vuol partecipare alla messa, ma è costretto ad ascoltare invece gli strilli di lei), può mettere il genitore nei guai. Un genitore più furbo fa visitare una sinagoga alla bimba, perché lei si renda davvero conto che significa essere una donna ebrea (lo ammetto, è una rosa con molte spine), e lascia che poi maturi la decisione – tanto, nessun rabbino ha fretta di convertire. E, a parti invertite, nemmeno i ministri del culto cristiani.

Raffaele Yona Ladu
Ebre* genderqueer


mercoledì 10 agosto 2016

Crocefissi e mezuzot di stato





L'articolo [1] riferisce che la Lega vuole multare chi rimuove o vilipende il crocefisso che si trova in un ufficio pubblico; l'obbiettivo di ciò è quello di trasformare il crocefisso da simbolo religioso a simbolo di italianità - nonostante l'Unità d'Italia si sia svolta contro la chiesa cattolica.

E nonostante le minoranze religiose presenti nel nostro paese (tra cui gli ebrei, che hanno dato un contributo più che proporzionale alla loro consistenza numerica al Risorgimento e pure alla Resistenza) rispettino il crocefisso come simbolo di una fede (quella cristiana cattolica), ma rifiutino il volerne fare uno dei simboli dello stato, perché sanno che questo le priverebbe della pari dignità più ancora dei concordati del 1929 e del 1984.

Non tutti stimano lo stemma della Repubblica Italiana, ma esso ha evitato di cooptare simboli religiosi ad una funzione impropria - e non a caso, perché il suo autore, Paolo Paschetto, era valdese (vedi [2]).

Inoltre, chi si entusiasma tanto per questa proposta dovrebbe leggere con attenzione [3]: una ricerca svolta in Israele mostra che le numerose leggi che lì costringono gli ebrei a praticare la loro religione anche controvoglia (particolarmente vituperata è la mancanza del matrimonio civile - a cui i più abbienti rimediano sposandosi all'estero e chiedendo la trascrizione del matrimonio) stanno alienando gli ebrei dalla fede dei padri.

Particolarmente allarmati sono proprio gli ebrei religiosi, che vorrebbero che le persone praticassero la loro fede per convinzione, e non per coazione - sebbene l'ebraismo, al livello più elementare, si configuri come un'"ortoprassi" anziché un'"ortodossia", ovvero agire rettamente (pur controvoglia) val più dell'avere delle valide convinzioni che rimangono inerti.

E tutto questo nonostante la religione ebraica abbia più ancora di quella cristiana una funzione identitaria: per la maggior parte degli ebrei (tra le poche eccezioni ci sono lo scrittore A. B. Yehoshua e, a molte lunghezze di distanza per fama e qualità letterarie ed umane, il sottoscritto) non si può appartenere al popolo ebraico se non si professa una delle varietà della religione ebraica - ed è inutile negare (lo ammette lo stesso suo governo) che lo stato d'Israele è a misura degli ebrei, non di tutti i suoi cittadini.

Eppure proprio gli ebrei profondamente religiosi (e non legati all'establishment politico-religioso) si rendono conto che la fede è come l'amore: solo se puoi dire di no il tuo sì ha senso.

Una proposta di legge come quella leghista, se approvata, produrrebbe gli stessi effetti in Italia: farebbe del cristianesimo cattolico (già in declino nel favore dei battezzati) una statua di bronzo cavo a guardia di una tomba vuota - l'identità nazionale italiana, che i leghisti non sanno cosa sia, visto che cercano di decorarla con simboli ad essa estranei.

Se la gerarchia ecclesiastica cattolica fosse intelligente quanto gli ebrei intervistati in [3], si opporrebbe subito ad una proposta del genere, perché capirebbe che farebbe rischiare al cattolicesimo la fine del paganesimo - svuotato di senso quando diventò il culto dello stato, e facilmente soppiantato dal cristianesimo.

Non apprezzo tutte le manifestazioni del cristianesimo statunitense, ma è stato osservato che proprio la nazione occidentale che ha sancito la separazione della religione dallo stato con il Primo Emendamento, è la più religiosa (e la più cristiana) del mondo sviluppato - mi pare una bella controprova di quanto la proposta leghista sia inutile e rovinosa.

Mi hanno insegnato a non sottovalutare i leghisti, nemmeno quando sembrano le muse ispiratrici di Donald Trump (preceduto, nelle minacce di ricorrere alle armi dei suoi seguaci, da Umberto Bossi), e devo chiedermi se il loro obbiettivo a lunga scadenza non sia strumentalizzare il cristianesimo cattolico, ma sostituirlo con un culto idolatrico, magari della "razza piave", che ho tutti i motivi per aborrire.

Ci manca qui un Karl Barth che sappia attualizzare l'esperienza della "chiesa confessante" e della Dichiarazione di Barmen [4].

Raffaele Yona Ladu
Ebreo umanista

sabato 6 agosto 2016

Risposta a due papi sulle persone trans



Il 2 Agosto 2016 il sommo pontefice Francesco 1°, nato Jorge Maria Bergoglio, ha tenuto un discorso ai vescovi polacchi a Cracovia, di cui riporto questo brano tratto da [1]:

(inizio)

Papa Francesco: (...) C’è tutta una riforma che si deve fare, a livello mondiale, su questo impegno, sull’accoglienza. Ma è comunque un aspetto relativo: assoluto è il cuore aperto ad accogliere. Questo è l’assoluto! Con la preghiera, l’intercessione, fare quello che io posso. Relativo è il modo in cui posso farlo: non tutti possono farlo nella stessa maniera. Ma il problema è mondiale! Lo sfruttamento del creato, e lo sfruttamento delle persone. Noi stiamo vivendo un momento di annientamento dell’uomo come immagine di Dio.

E qui vorrei concludere con questo aspetto, perché dietro a questo ci sono le ideologie. In Europa, in America, in America Latina, in Africa, in alcuni Paesi dell’Asia, ci sono vere colonizzazioni ideologiche. E una di queste - lo dico chiaramente con “nome e cognome” - è il gender! Oggi ai bambini – ai bambini! – a scuola si insegna questo: che il sesso ognuno lo può scegliere. E perché insegnano questo? Perché i libri sono quelli delle persone e delle istituzioni che ti danno i soldi. Sono le colonizzazioni ideologiche, sostenute anche da Paesi molto influenti. E questo è terribile. Parlando con Papa Benedetto, che sta bene e ha un pensiero chiaro, mi diceva: “Santità, questa è l’epoca del peccato contro Dio Creatore!”. E’ intelligente! Dio ha creato l’uomo e la donna; Dio ha creato il mondo così, così, così…, e noi stiamo facendo il contrario. Dio ci ha dato uno stato “incolto”, perché noi lo facessimo diventare cultura; e poi, con questa cultura, facciamo cose che ci riportano allo stato “incolto”! Quello che ha detto Papa Benedetto dobbiamo pensarlo: “E’ l’epoca del peccato contro Dio Creatore!”. E questo ci aiuterà.

(fine)

Questo brano è stato giustamente e ferocemente criticato.

Il fatto che in Argentina, Danimarca, Malta, ed in altri paesi del mondo (troppo pochi, secondo me) sia possibile cambiare genere anagrafico semplicemente con una dichiarazione davanti ad un notaio o pubblico ufficiale competente, senza bisogno non dico di trattamenti medico/chirurgici, ma neppure di certificazione medica, non significa che ad una persona possa venire in mente di farlo solo perché le hanno spiegato a scuola che questo è legalmente possibile.

E tutti conoscono la storia di David Reimer, a cui fu imposta un'identità di genere che non gli si addiceva, e che finì con il togliersi la vita.

E chiunque abbia avuto la pazienza di leggersi Judith Butler sa che non solo lei conosce la storia di David Reimer, ma avverte anche che il genere non è un abito che una persona può scegliere di indossare la mattina, perché senza genere il soggetto non riesce nemmeno a costituirsi.

L'"ideologia del genere" contro cui tuona Francesco 1° esiste soltanto nella mente di Benedetto 16°, che ha bisogno di un avversario dialettico per la sua metafisica, che si basa su una lettura pedestre e storicamente determinata di Genesi 1:27: "Maschio e femmina li creò".

Pedestre, perché non esistono corpi completamente maschili e completamente femminili - anche trascurando il caso degli intersessuali, già il pensare che anche gli uomini hanno le mammelle dovrebbe insegnare che la dicotomia maschio/femmina proposta da codesta lettura non ha riscontro nella realtà.

L'esegesi ebraica in questo caso insegna che il brano va interpretato in senso metaforico; alcuni rabbini riformati (di ogni genere, non solo maschile) lo interpretano ricorrendo alla figura del "merismo".

Ovvero, allo stesso modo in cui nella Genesi il parlare del giorno e della notte non esclude che nella giornata si susseguano anche il crepuscolo e l'aurora, il mezzogiorno e la mezzanotte, così il parlare della perfetta mascolinità e della perfetta femminilità non impedisce che esistano tutte le gradazioni intermedie, tutte previste e lecite.

Nel Talmud ci sono, oltre ai due generi "maschio" e "femmina", altri quattro generi ("saris = eunuco maschio", "aylonit = eunuco femmina", "tumtum = persona senza organi genitali evidenti", "androgynos = persona con organi genitali di più di un sesso") e da venti secoli circa i rabbini si affaticano a capirne le peculiarità, ovvero fino a che punto si possono ricondurre i quattro generi supplementari ai due generi primari, in termini di diritti e doveri religiosi. 

E gli ebrei non ortodossi (riformati, conservatori, ricostruzionisti, umanisti, rinnovatori - e sicuramente ci sono altre correnti che ignoro) ordinano tranquillamente rabbin* intersessuali, transessuali e transgender (nonché omosessuali e bisessuali), non trovando nella loro condizione alcun contrasto con le norme bibliche o comunque religiose.

La lettura dei due papi di Genesi 1:27 è storicamente determinata: l'ossessione per il binarismo dei generi nasce nel 19° Secolo EV, ed infatti il primo commentatore ebreo che condividerebbe codesta lettura credo sia stato rav Samson Raphael Hirsch (1808-1898 EV), che nel suo commento al Pentateuco (1867-1878 EV) scrisse che, sebbene tutti gli esseri viventi siano stati creati maschio e femmina (si è sbagliato, lo sappiamo), soltanto nel caso dell'essere umano lo si era voluto esplicitare, per rimarcare che essi erano stati creati a Sua immagine.

Un po' strano che una cosa che doveva essere evidente fin dal 5° Secolo AEV (periodo in cui era attiva a Babilonia la Fonte Sacerdotale, a cui si attribuisce comunemente quel brano) sia stata notata solo 24 secoli dopo! Rav Hirsch, come tutti gli esegeti, non poteva non porre al testo biblico gli interrogativi della società in cui viveva, ma non si era reso conto di quanto fossero figli della sua epoca.

L'identità di genere non è necessariamente coincidente con il sesso biologico; quando c'è una discrepanza che si fa? Insistere che una persona faccia di tutto per farle coincidere (è il messaggio più volte ripetuto da Francesco 1° e da Benedetto 16°) non solo è completamente inutile (non si può cambiare identità di genere), ma è anche profondamente ingiusto.

È fin troppo facile paragonare il cissessismo (così si chiama tecnicamente quello che esigono i due papi) al razzismo (la razza predetermina irreversibilmente quello che una persona può fare) ed al classismo (la classe sociale dei genitori predetermina altrettanto irreversibilmente quello che una persona può fare); inoltre il cissessismo presuppone il sessismo vero e proprio: non avrebbe senso pretendere che una persona mantenga la propria identità di genere coincidente con il sesso biologico, se ai sessi biologici non fossero attribuiti diritti e doveri diversi. L'attacco alle persone transgender implica un attacco alle donne ed alle loro conquiste.

L'essenza della modernità è il promettere ad ogni individuo che sarà il frutto delle proprie scelte, non delle scelte altrui, o di circostanze che non ha scelto; la postmodernità nasce dalla constatazione che esistono vincoli insopprimibili - ma quello che propongono i due papi è assolutamente premoderno, e c'è da chiedersi se sia anche coerente con il cristianesimo.

L'ebraismo dei tempi di Gesù aveva numerose preclusioni (in parte mantenute dall'ebraismo ortodosso anche oggi): per esempio, non si poteva officiare un sacrificio se non si era discendenti maschi di Aronne; non si poteva aiutare nel culto se non si era discendenti maschi di Levi; le donne erano escluse da buona parte del Tempio e del rituale, e durante il ciclo mestruale le esclusioni a loro danno crescevano.

Il messaggio di Gesù non si rivolgeva solo agli ebrei che i farisei guardavano dall'alto in basso perché inadeguati secondo i loro standard (standard che, in teoria, chiunque avrebbe potuto rispettare), ma infrangeva tutte le esclusioni - nazionali, di genere, e pure di orientamento sessuale [diremmo oggi - v. Luca 7:1-10] - su cui gli individui non avevano alcun controllo.

Logico corollario è il versetto di Galati 3:28: "Non c'è infatti né giudeo né greco, né schiavo né libero, né maschio né femmina - tutti quanti voi siete infatti una cosa sola in Cristo Gesù". La modernità si manifesta come la versione secolarizzata di questo messaggio, che ha influenzato profondamente anche altre religioni, tra cui l'ebraismo.

Una cosa estremamente preoccupante del discorso papale è questa: il Catechismo della Chiesa Cattolica dedica tre canoni (§§2357-2359 - vedi [2]) all'omosessualità, nulla alla transessualità ed al transgenderismo.

Per quanto siano insoddisfacenti, anzi, retrivi, i canoni sull'omosessualità, essi rappresentano comunque un riconoscimento di una realtà insopprimibile; le persone trans non recitano invece alcun ruolo nella chiesa cattolica come prevista da quel catechismo.

Il rischio è le associazioni di omosessuali cattolici (ci sono, anche se menano una vita tra il passabile ed il gramo) si sentano indotte a "gettare sotto l'autobus" le persone trans per guadagnare in rispettabilità.

Ci sono già conflitti di priorità tra persone omosessuali e persone trans - per esempio, mentre gli omosessuali si affannavano per avere il matrimonio egualitario, o perlomeno le unioni civili, le persone trans avrebbero voluto invece una legislazione per il cambio di sesso anagrafico simile a quella argentina o maltese. Una volta ci ho dovuto pensare, e mi sono convinto che era più urgente la rivendicazione delle persone trans - non potersi sposare è grave, dover subire umilianti visite mediche, costosi processi, trattamenti ormonali con effetti collaterali non trascurabili, ed operazioni mutilanti che spesso riescono assai male, è mostruoso.

E mi è già capitato di assistere ad una lite su Facebook tra uno stimabilissimo cattolico gay ed un'altrettanto stimabile persona transgender, in quanto il primo accusava il secondo di dare esca alle polemiche vaticane sull'"ideologia del gender".

Per fortuna, buona parte delle associazioni di omosessuali cattolici ha reagito invitando il papa regnante a non ascoltare solo il papa emerito. Spero che continui così.

Raffaele Yona Ladu

giovedì 2 giugno 2016

Sbattezzo

Oggi, 2 Giugno 2016, 70° anniversario della Repubblica Italiana, ho scaricato, personalizzato e stampato il modulo UAAR per lo sbattezzo. Domani lo spedirò per raccomandata.

Nel 2004 avevo già tentato la manovra, ma non avendo avuto la cura né di inserire una copia del mio documento di identità nella domanda, né di corredarla con le minacce di ritorsioni legali che fanno parte del modulo UAAR, non ebbi riscontro.

Non insistetti, anche perché ho conosciuto molte persone cattoliche deliziose, ed una mia cara amica è un'ebrea che è stata salvata insieme con la famiglia da una suora cattolica e dalla famiglia del fratello di lei (dichiarati Giusti delle Nazioni dallo Yad Vashem), e quindi la "condizionale" la Chiesa cattolica se l'era meritata.

Purtroppo, seguo molte mailing list di argomento religioso, soprattutto ebraiche, ma anche cristiane - riformate e cattoliche, tra cui quelle offerte dal sito CatholicCulture.Org.

Vi allego (in originale) quello che la mailing list "Insight" ha recapitato nella mia casella postale il 27 Maggio 2016 (molte mailing list inseriscono un link nei dispacci per leggerli nel browser, ma questo sito questa cortesia non sa nemmeno cos'è):

CatholicCulture.org Email Header Image

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Suppressing the truth? Let me count the ways.

Dear Raffaele,
Our society frequently seeks to hide from unpleasant realities by suppressing the truth about the human person (and, of course, about God). An important case in point this week is the growing influence of gender ideology. You already know I've been writing a series on this very question. The third installment has now been posted: The value of personal relationships.
Then there is the massive expenditure of Church funds on child-protection. Yet their importance is inflated and their dynamics are skewed by the refusal to name the elephant in the room: homosexual predation on young boys.
The financial costs of this elusive protection are staggering. See Phil Lawler's commentary in Do 'child-protection programs' increase your confidence?
Closely related is the topic of yesterday's Catholic World News story: Elton John battles to suppress critical story about homosexual partnership.
Read this story with the awareness that CatholicCulture.org, our web-caching service, and our hosting company have all received emails in legalese (via WebSheriff) requiring us to remove this story from our website.
It is possible that we will be forced to do so; I advise everyone to print it out and take a screen shot!
Despite such efforts to hide the truth, our matching campaign for May is going well. But we do have $2,245 left to match by the end of the month. Now is a great time to offer your gift, if you have not yet done so—while it will be doubled.
Truth is our mission, but the fear of exposure to the truth is depressingly hard to overcome. Phil Lawler considers yet another example in Omigosh! People want to become Catholics. What should we do?
Fr. Robert Spitzer is on the caseas well. He's released the third volume in his brilliant series exploring the transcendence of human fulfillment. See my review: Emmanuel: The dominant theme of Fr. Spitzer's third volume on happiness.
I believe all our friends will also welcome the recent papal message to the Agostino Gemelli University Polyclinic in Rome: “Do not,” said Pope Francis, combat suffering by killing infants who suffer.
Another proponent of open proclamation of the truth was today's saint, Augustine of Canterbury, who is credited with the conversion of the English. On good days, we still use the English language effectively here at CatholicCulture.org.
Finally, a tremendous succession of Sundays reaches its victorious end today: First Pentecost, then Trinity Sunday (our own humble feast), and this weekend, Corpus Christi, the Solemnity of the Most Holy Body and Blood of Christ!
Blessings for all of us, enough to conquer the world...
Jeff Mirus
President
Trinity Communications



Di questa mail vi traduco solo una coppia di paragrafi:
E poi ci sono le colossali spese affrontate con il denaro della Chiesa per la protezione dei minori. Eppure la loro importanza è accresciuta e le loro dinamiche distorte dal rifiuto di nominare l'elefante nella stanza: le insidie degli omosessuali sui fanciulli. 
I costi finanziari di questa protezione inefficace sono strabilianti. (...) 
La "protezione inefficace" ("elusive protection") con i suoi "costi ... strabilianti" ("costs ... staggering"), e le sue "dinamiche distorte" ("dynamics ... skewed") è stata resa necessaria dopo gli scandali dei preti pedofili.

A quanto sono riuscito a capire, si tratta di un programma interno alla Chiesa cattolica americana che costa 49 milioni di dollari l'anno - non così tanti per un paese di 300 milioni di abitanti; uno degli autori del sito (Phil Lawler) è convinto invece che basterebbe avere mano libera contro gli omosessuali per risparmiare quei soldi e garantire la sicurezza dei bimbi.

Non mi metto a perdere tempo ricordando che si è ormai appurato che la pedofilia e l'omosessualità sono indipendenti nei carnefici, mentre, per quanto riguarda le vittime, si sta indagando sulla possibilità che siano proprio i bambini che stiano sviluppando un orientamento omosessuale o bisessuale ad essere i preferiti dai pedofili.

Riferisco invece che oggi ho ricevuto questa notizia da diversa fonte (Rete L'Abuso ONLUS) - la traduzione è assolutamente superflua: 

Vescovi Usa contro la legge anti-pedofili

La denuncia dei media: spesi 2 milioni di dollari per mantenere la prescrizione sugli abusi

La Conferenza Episcopale statunitense, guidata dal cardinale arcivescovo di New York Timothy Dolan, ha speso tra il 2007 ed il 2015 ben 2,1 milioni di dollari per affidare ad una società di lobbisti il compito di bloccare l’approvazione di una legge, «Child Victims Act» che avrebbe reso piu’ semplice alle vittime dei preti pedofili fare causa alla chiesa cattolica. Lo ha scritto il New York Daily News citando documenti statali. Uno dei punti più osteggiati è l’eliminazione della prescrizione per gli abusi sessuali su minori e l’apertura di una «finestra» di un anno per le vittime che non possono più fare causa in base alla legge vigente.
La notizia ci riporta in pieno nella realtà magistralmente descritta nel film premio Oscar 2016 di Tom McCarthy «Il caso Spotlight» che ripercorre la storia vera trame vere di un’inchiesta realizzata tra il 2001 e il 2002 da un team di giornalisti del Boston Globe, che fece conoscere prima alla città (con la metà degli abitanti di religione cattolica) poi al mondo intero gli abusi sessuali su minori commessi da circa 90 sacerdoti cattolici e mai denunciati dalle autorità ecclesiastiche bostoniane. L’inchiesta del film si allarga fino a toccare molti altri e sempre più importanti esponenti della Chiesa cattolica di Boston, che furono poi accusati di aver coperto quegli abusi, temendone le ripercussioni mediatiche.
Le inchieste del team Spotlight portarono in seguito alle dimissioni di Bernard Francis Law, arcivescovo di Boston dal 1984. Law si dimise – dopo molte pressioni – perché accusato di non aver denunciato pubblicamente i casi di pedofilia raccontati dal Boston Globe. Sacha Pfeiffer (Rachel McAdams, nel film) ha detto che la storia del film si conclude nel momento giusto, altrimenti «avrebbe dovuto raccontare le dimissioni di Law e la quasi bancarotta dell’arcidiocesi di Boston».
Michael Rezedes (Mark Ruffalo, nel film) ha detto, sempre parlando del momento in cui finisce Il caso Spotlight: «A quel punto la diga era esplosa. C’erano tutte queste vittime che pensavano di essere sole e soffrivano in silenzio. All’improvviso si sono rese conto di non essere sole. All’improvviso molte di loro volevano parlarne».
Dal momento in cui finisce il film a oggi ci sono stati soprattutto tribunali, denunce e sentenze. Dal luglio 2003 l’arcivescovo di Boston è lo statunitense Sean O’Malley, che si era già occupato di casi di pedofilia in altre diocesi. Nel settembre 2003 l’arcidiocesi di Boston pagò circa 85 milioni di dollari come risarcimento nei confronti di molte delle vittime di abusi e nell’agosto 2011 l’arcidiocesi di Boston ha pubblicato una lista con i nomi di 159 preti accusati di pedofilia. BBC scrive che il lavoro del team Spotlight fece partire «un effetto domino globale che ha portato a successive inchieste» in altre parti del mondo.
Ora la notizia apparsa sul New York Daily News riaccende i riflettori sul vergognoso cerchio di omertà sulla pedofilia della Chiesa cattolica in Usa. Ancora non si è spenta negli States la richiesta ai vescovi Usa di di papa Francesco che ha visitato il paese nel settembre 2015: « Mai più crimini di pedofilia» Nel suo discorso ai vescovi incontrati nella cattedrale di San Matteo a Washington, il Pontefice ha ribadito che ci sono «alcune questioni che non è lecito mettere a tacere» come la pedofilia, la «ferita aperta» nel fianco della Chiesa. «Non si ripetano mai più i crimini» ha detto Bergoglio « ho accompagnato il vostro generoso impegno per guarire le vittime, consapevole che nel guarire siamo pur sempre guariti».
P. Ser.
L'articolo della Rete l'Abuso ONLUS riproduce questo articolo del giornale Il Tempo pubblicato il 01 Giugno 2016, che riprende quest'articolo, ben più preciso, dettagliato e pertinente, del New York Daily News, pubblicato il 30 Maggio 2016.

I documenti statali a cui accenna il quotidiano americano sono semplicemente i rendiconti che i lobbisti di professione devono depositare periodicamente.

Ronald W. Reagan diceva che la politica è la seconda professione più antica del mondo - e somiglia tanto alla prima! Agli americani non dà fastidio che la seconda professione più antica del mondo abbia i suoi "ruffiani"; vogliono però che dichiarino esplicitamente chi li paga e che servizi desidera in cambio - e così abbiamo scoperto non un altarino, ma un abominio della desolazione che in altri paesi sarebbe rimasto più nascosto della tomba di Nefertiti.

Che devo pensare? In Italia la Chiesa cattolica ha fatto moltissimo contro le persone omosessuali accusandole di rovinare i bambini, e la lotta contro il matrimonio egualitario negli USA e la "stepchild adoption" in Italia collegata alla Legge Cirinnà sono state motivate proprio dalla preoccupazione di "salvare i bambini".

Ora noi sappiamo che la Conferenza Episcopale USA ha invece speso 2,1 milioni di dollari in otto anni (dal 2007 al 2015), ed attraverso due pontificati (B16 ed F1), per rendere più difficile alle vittime dei pedofili dello Stato di New York avere giustizia.

I bambini non sono persone ma pedine, per i vescovi americani (e mi pare impossibile che siano riusciti a fare una cosa del genere tenendo il Vaticano all'oscuro).

Perché è così importante abolire la prescrizione per gli abusi sui minori, e consentire la riapertura dei processi contro i loro carnefici, lo spiega proprio la mia amica ebrea scampata alla Shoah grazie alla generosità di una suora cattolica e della sua famiglia; ella risponde sempre a chi le chiede perché ha aspettato cinquant'anni per mettere per iscritto quello che le è accaduto durante il nazismo, che sono traumi che hanno bisogno di molti anni per essere verbalizzati.

Direi che la "condizionale" è perduta - perennemente. Mando la raccomandata e chiudo ogni rapporto con la Chiesa cattolica.

Tra parentesi, conosco personalmente delle persone abusate da preti, che non hanno voluto scendere in particolari; io ho subìto un minuscolo abuso, e ci posso anche ridere sopra raccontandolo.

Sono sempre stato grassottello, e perciò ho un seno un po' grande per un maschietto (posso dire che mia madre mi ha lasciato una casa e le mie zie un balcone); qualche volta guardo in Internet qual taglia di reggiseno sarebbe adatta a me, e qualche volta dico scherzando che trovare una moglie col seno più grande del mio è stata una vera impresa.

Meno divertente è che ogni tanto ho a che fare con dei bambini a cui devo dire di trovarsi una fidanzata e toccare le tette a lei (se lo vuole anche lei, ovviamente); ed uno di loro era un prete. A chi è bambino anche anagraficamente puoi rispondere; a chi, pur avendo potere su di te, non è cresciuto più di te, è difficile.

Raffaele Yona Ladu