lunedì 30 marzo 2015

Licenza di odiare

[1] Gay e libertà religiosa, Tim Cook: le leggi pro-discriminazione sono pericolose

[2] Indiana, i gay potranno essere discriminati. Per legge

[3] On Religious Liberty and LGBT Rights, Catholics Must Pursue Third Way



Il governatore dell'Indiana Mike Pence firma la legge discriminatoria, attorniato dai leader religiosi che l'appoggiano

Il 26 Marzo 2015 il governatore dell’Indiana ha firmato una legge che vieta l’emanazione di leggi statali od ordinanze locali che rechino grave pregiudizio all’esercizio della libertà religiosa – e non solo alle chiese, od alle organizzazioni caritatevoli religiose, ma anche agli imprenditori ed agli esercizi pubblici.

La norma è stata interpretata come antigay, ed è un vero peccato che molti leader religiosi (tra cui uno che, a giudicare dalla foto pubblicata sopra, sembra un rabbino ortodosso) chiaramente identificabili abbiano voluto appoggiarla facendosi fotografare accanto al governatore mentre la firmava.

Rifiutarsi di servire una persona quando chiede una cosa onesta che può onestamente pagare vuol dire odiarla – una legge simile dichiara che parte essenziale della religione è l’odio per chi non le si conforma, e chi ha voluto appoggiarla ha dato una pessima immagine della propria fede.

Non tocca a me difendere chi si inguaia sapendo quello che fa – vorrei però spiegare un paio di cose a chi ha preso troppo alla lettera Matteo 5:43, “Voi avete udito che fu detto: ‘Ama il tuo prossimo e odia il tuo nemico’” [Nuova Riveduta].

Tra essi troviamo rav Shmuley Boteach (non è in quella foto), rabbino ortodosso ammirevole per molte cose, ma criticabile per altre, e soprattutto per quello che pensa dell’odio (qui cito uno dei tanti articoli che esprimono la sua opinione in proposito).

Gli ha risposto qui il pedagogo Richard L. Curwin, che si occupa di bimbi “con necessità particolari” al David Yellin College di Gerusalemme; io aggiungo un’altra risposta: il celeberrimo psicoanalista freudiano Otto Kernberg (1928-vivo!) avverte che i disturbi di personalità nascono quando non si è in grado di integrare gli oggetti interni buoni con quelli cattivi, giungendo ad una rappresentazione unitaria delle persone.

Che cosa può causare questa sventura? Uno dei fattori più importanti per lui è l’eccessiva aggressività interna all’infante.

Questo consente di ritenere l’odio un potente fattore psicopatologico, e legittimarlo come fa Boteach vuol dire prepararsi a creare persone che rendono infelici altre persone (il nevrotico nuoce a se stesso, chi ha un disturbo di personalità nuoce agli altri, e spesso gravemente).

Il detto di Gesù (riportato una volta soltanto, quindi sospetto) “Fu detto … odia il tuo nemico” non trova corrispondenza nella Bibbia ebraica; semmai vi si possono trovare questi versetti (Esodo 23:4-5):
4 Quando incontrerai il bue d’un tuo nemico [oyivkha], o l’asino suo, smarrito, glielo restituirai.

5 Quando vedrai l’asino di chi ti è malevolo [sonaakha], coricato sotto la sua soma; ti asterrai d’abbandonare a lui solo la cura, ma l’assisterai a scaricare.
Questa traduzione ebraica, di Samuel David Luzzatto, risale al 1858, e questo spiega il suo stile; chi preferisce più moderne traduzioni cristiane si serva qui.

La spiegazione che di solito si dà a questi versetti è che cercano di combattere l’odio in modo indiretto: non si può agire sulle emozioni (per i motivi ben spiegati da Curwin), ma si può combattere la loro influenza sul comportamento di una persona.

Hai un nemico e ti imbatti nel suo bove o nel suo asino che sono scappati? Lascia perdere quello che provi per lui e glieli riporti.

Qualcuno ti vuole male ed il suo asino non sta in piedi da quanto è carico? Anche se il suo padrone ti vuole male, aiutalo ad alleggerire la povera bestia.

È stato inoltre fatto notare che se uno trovasse sia l'animale del suo amico che quello del suo nemico, dovrebbe restituire per primo l'animale del suo nemico – perché questo è un preciso dovere, mentre restituire l'animale all’amico è una cosa che si deduce dal sentimento d’amicizia e dal dovere di umana solidarietà.

Idem se si dovesse scegliere se aiutare chi ci vuol bene o chi ci vuol male ad alleggerire il proprio asino: chi ci vuol male ha la precedenza!

Ponendo dei limiti alle manifestazioni di inimicizia, quei versetti cercano di impedire che degeneri tanto da rendere impossibile il riappacificarsi, e sopiscono l’odio, sentimento non legittimato dalla Bibbia.

Si può anche ricordare che nel racconto di Sodoma e Gomorra, noi abbiamo due persone (Abramo e Lot) che, quando si rendono conto che Dio vuole distruggere le due città, anziché gongolare perché Dio finalmente liquida due città che vivono in antitesi ai loro valori, cercano di salvarle a tutti i costi: Abramo mette a repentaglio la sua amicizia con Dio mercanteggiando con grande insistenza, Lot offre le figlie in spose ai sodomiti, sperando così di convincerli a rinunciare alla loro malvagità.

Con ogni probabilità Abramo e Lot non provavano nulla di positivo verso gli abitanti di Sodoma e Gomorra, ma si erano resi conto che non doveva essere l'odio a guidare le loro azioni, bensì la solidarietà umana.

Mi spiace per Boteach, che ha capito il contrario.

Raffaele Yona Ladu


martedì 24 marzo 2015

Dio per l'ebraismo umanistico

Non essendo sempre chiaro che cos'è l'ebraismo umanistico, ed in che cosa si differenzia dalle altre forme di ebraismo, ho pensato di tradurre la voce "God = Dio" della "Guide to Humanistic Judaism = Guida all'ebraismo umanistico" della "Society for Humanistic Judaism = Società per l'Ebraismo Umanistico".

Buona lettura.

(inizio)

Dio

Storicamente, la credenza nell'esistenza di dei o di Dio è stata parte importante della maggior parte delle culture. Gli dei sono esseri sovrannaturali con poteri straordinari che godono dell'immortalità. Dio è un Essere Supremo, onnisciente ed onnipotente, che ha creato il mondo e lo governa.

Il monoteismo è la credenza che ci sia solo un Dio. Il monoteismo etico è la credenza che quest'unico Dio sia giusto. Sin dal settimo secolo AEV (Ante Era Volgare), l'establishment religioso degli ebrei ha abbracciato l'idea del monoteismo etico. Yahveh, il Dio degli Ebrei, divenne il Dio dell'universo.

Fino all'epoca dei filosofi greci, nessuno sentì il bisogno di provare l'esistenza degli dei o di Dio. La gente semplicemente la presupponeva. Nel quarto secolo AEV, un'epidemia di scetticismo pubblico fece nascere una nuova disciplina chiamata teologia. La teologia è la "scienza" della divinità. Uno dei suoi scopi principali è provare l'esistenza di Dio. [La teologia è l'unica disciplina accademica di cui sia necessario dimostrare l'esistenza dell'oggetto di studio. La biologia non deve provare l'esistenza della vita; né l'antropologia deve provare l'esistenza delle persone].

I due argomenti teologici più popolari per provare l'esistenza di Dio erano l'argomento della causa e l'argomento del progetto. Qualsiasi cosa - compreso l'universo stesso - deve avere una causa. Il mondo ha bisogno di un fattore di mondi. Un perfetto progetto esige un perfetto progettista. Ma, per la maggior parte dei devoti, gli argomenti teologici erano irrilevanti. Loro adoravano Dio perché era costume farlo, o perché avevano avuto esperienze spirituali "dirette".

Con l'arrivo dell'Illuminismo, riapparve lo scetticismo. Sia la giustizia che la stessa esistenza di Dio furono messe in discussione. Il filosofo Immanuel Kant dimostrò che non si poteva dimostrare né l'esistenza, né l'inesistenza di Dio. Se è lecito chiedere chi ha fatto il mondo, è altrettanto lecito chiedere chi ha fatto Dio. Questo sistema l'argomento della causa. Per quanto riguarda il progetto, è in funzione di uno scopo. Un buon Dio ha creato lui il cancro, ed a che lodevole scopo?

Dopo Kant, la teologia ha spostato l'enfasi dalle dimostrazioni all'esperienza religiosa, all'esperienza di Dio come fenomeno psicologico. Alla fine, la teologia è degenerata in una discussione sulla "necessità di credere". Dio non era più un essere obbiettivo con un'esistenza indipendente. Divenne un essere soggettivo, un'illusione conveniente per le persone che non potevano sopportare di vivere senza di lui.

Come diventava meno credibile un Essere Supremo giusto, la teologia si volse a ridefinire la parola Dio. Dio divenne  la natura, l'amore, la bontà, l'energia positiva. La motivazione per questa ridefinizione è discutibile. Se Dio si riferisce ad un unico essere sovrannaturale, allora è ovvia la necessità della parola. Ma se Dio si riferisce ad energie e valori per cui si trovano altre parole, allora va messa in dubbio l'utilità della parola Dio. Se Dio è amore, perché non usare semplicemente la parola amore? Se Dio è natura, perché non usare la parola natura? La maggior parte della teologia moderna è una versione intellettuale dei "vestiti nuovi dell'imperatore" - parole senza un vero significato.

Oggi la teologia fornisce sei credenze alternative a proposito di Dio:

1. Teismo: credere in un Essere Supremo, un Dio creatore sovrannaturale che risponde alla preghiera ed al culto, ed interviene attivamente nelle vite delle persone.

2. Deismo: credere in un Essere Supremo, un Dio creatore sovrannaturale che non può rispondere alla preghiera ed al culto, e che non interviene nelle vite delle persone.

3. Panteismo: credere che Dio e la natura siano una ed una sola cosa, o che Dio ed un parte della natura, come la vita, siano una ed una sola cosa.

4. Agnosticismo: non sapere se esiste o meno un Essere Supremo.

5. Ateismo: credere che un Essere Supremo non esiste.

6. Ignosticismo: ritenere che la questione dell'esistenza di Dio non abbia senso perché non ha conseguenze verificabili.

L'ebraimo umanistico è incompatibile con il teismo. Non c'è prova che esista un essere cosciente sovrannaturale che risponde ai problemi personali degli esseri umani e che intervenga deliberatamente negli affari dell'umanità in risposta alla preghiera o per garantire la giustizia. La maggior parte dei credenti progressisti nega con vigore di credere in un siffatto Dio antropomorfico.

L'ebraismo umanistico può essere compatibile con il deismo, se il deista non ritiene necessario adorare un Dio creatore e se il deista non attribuisce autorità morale a tal Dio.

L'ebraismo umanistico è incompatibile con il panteismo. Chiamare Dio la natura è una confusione verbale. Chiamiamola natura e basta.

L'ebraismo umanistico è compatibile con l'agnosticismo. Molti, se non la maggioranza degli ebrei umanistici si descriverebbero come agnostici.

L'ebraismo umanistico è compatibile con l'ateismo - ma non con l'ateismo aggressivo. L'ateismo aggressivo presume che negare l'esistenza di Dio sia di fondamentale significato filosofico e sociale. Gli ebrei umanisti sostengono che affermare il potere, la responsabilità e la dignità umana sia la cosa più importante.

L'ebraismo umanistico è compatibile con l'ignosticismo. Molti ebrei umanisti trovano la questione dell'esistenza di Dio insensata e perciò evitano di parlare di Dio.

Gli ebrei umanisti riconoscono l'importanza degli dei e di Dio nella storia umana ed ebraica. La divinità è la proiezione della prima e principale esperienza umana, la dipendenza del figlio dai genitori. Il patriarcato, la monarchia e la religione tradizionale vanno a braccetto. Proprio come la famiglia esige un paterfamilias, e la nazione esige un re e padre, così l'universo esige un Dio padre (nelle culture matriarcali, si può sostituire "madre" a "padre").

L'individualismo e la democrazia moderni negano questa visione della società e dell'universo. La credenza in Dio trae molta della sua energia emotiva dall'attaccamento storico alla famiglia autoritaria. L'ebraismo umanistico riflette il fatto che questo attaccamento originario non è più né appropriato né utile.

(Vi faccio grazia della bibliografia)

(fine)

Raffaele Yona Ladu

lunedì 23 marzo 2015

Un Dio arbitro di molti popoli - di Michael Walzer, pubblicato da "Il Sole 24 Ore"

[1] Un Dio arbitro di molti popoli / Michael Walzer

[2] La politica di Dio / Gianfranco Ravasi

Si consiglia caldamente la lettura dell'articolo [1] pubblicato nell'inserto domenicale de Il Sole 24 Ore di Domenica 22 Marzo 2015; è un articolo di notevole interesse, anche se va tenuto presente quello che osserva Gianfranco Ravasi nell'articolo [2], che recensisce un recente libro del medesimo autore: alcune aporie se le sarebbe risparmiate se avesse fatto uso della moderna esegesi biblica, che insegna a non prendere il testo alla lettera, ma a chiedersi quali ideali ed obbiettivi il suo autore umano si proponeva - sarebbe riuscito in quel caso a rintracciare dei punti in comune tra opzioni solo apparentemente contraddittorie.

Ciononostante, è utilissima l'osservazione di Michael Walzer: contrariamente a quello che molti credono, la Bibbia ebraica consente il pluralismo religioso - anche se è un pluralismo esterno al popolo ebraico.

Buona lettura, RYL

lunedì 9 marzo 2015

Ora si certifica meno

[1] Israel ends ban on hotels having Christmas trees

[2] Qui non si certifica

Nell'articolo [2] avevo lamentato che quando si comincia a certificare le qualità intrinseche di qualcosa, si finisce sempre con il certificare lo stile di vita di chi la serve al pubblico, e l'esempio migliore sembrava il comportamento del Gran Rabbinato d'Israele e dei suoi mashgichim, dei suoi ispettori della kashrut.

[1] dice che il Gran Rabbinato ha finalmente ceduto: ha imposto agli ispettori che operano negli alberghi di limitarsi a controllare gli ingredienti dei cibi (devono loro garantire che siano preparati in modo kasher), senza più condizionare la concessione del brevetto di kashrut alla piena osservanza della legge religiosa ebraica.

Un albergo ora è kasher perché serve cibo kasher - ma può esporre un albero di natale, accettare pagamenti di sabato, usare ascensori normali anziché sabbatici (quelli sabbatici funzionano ad orario come i treni), eccetera.

Questo è avvenuto perché l'NGO Hiddush [= Innovazione], diretta dal rabbino riformato Uri Regev, e con lo scopo di favorire la libertà religiosa, ha minacciato di far causa al Gran Rabbinato, sulla base di una vecchia sentenza della Corte Suprema che appunto limitava l'autorità dei mashgichim al verificare le qualità intrinseche del cibo, non lo stile di vita di chi lo serviva.

Ottimo!

Raffaele Yona Ladu

martedì 10 febbraio 2015

Più difficile sposare una persona non-ebrea che una del proprio sesso

[1] Same-Sex Interfaith Couples Face Roadblock to Marriage in Judaism

[2a] SHJ: Marriage

[2b] AHR: Intermarriage

[2c] AHR: Co-officiating at Wedding Ceremonies

[2d] Society for Humanistic Judaism Supports Marriage Rights of Same-Sex Couples

L'articolo [1] spiega che negli USA alcune denominazioni ebraiche teiste (che cioè affermano l'esistenza di Dio) si sono trovate nella curiosa situazione di celebrare matrimoni tra persone del medesimo sesso (e di riconoscere pure la transizione di sesso compiuta da transgender e transessuali), ma non di celebrare matrimoni misti, tra ebrei e non-ebrei.

Il problema riguarda i riformati, i conservatori, i ricostruzionisti (questi ultimi però si limitano a non ammettere al loro seminario rabbinico ebrei sposati con non ebrei, ed è un divieto che potrebbe essere presto abrogato); gli ortodossi invece mantengono ambo i divieti - divieto di matrimonio misto e divieto di matrimonio omosessuale.

Non approvo questo divieto, anche se cerco di spiegarne le ragioni: vivere una vita ebraica e dare ai figli un'educazione ebraica non è facile se il proprio coniuge, non essendo ebreo, non collabora, e le denominazioni che non celebrano matrimoni misti temono che ognuno di questi matrimoni segni la fine di una famiglia ebraica.

Va anche detto che la pratica è più accomodante dei principi: in molte comunità, anche ortodosse, ci sono molte famiglie miste, ed anche se si sono sposate in municipio (in Italia) o dal giudice di pace (in America), le comunità ebraiche di competenza cercano di mantenere i contatti con loro e di coinvolgerle nella vita comunitaria. Ed i casi di famiglie che si sono divise od amicizie che si sono rotte perché un* ebre* ha sposato un* non ebre* appartengono ormai al passato.

Certo, è comunque spiacevole non poter partecipare alle elezioni per il consiglio direttivo, oppure il non poter candidare i propri figli al rabbinato, anche se eccellono per cultura e pietà.

L'ebraismo umanista parte da altri presupposti: non ritiene la sopravvivenza dell'ebraismo più importante della qualità della vita delle persone, chiama i matrimoni tra ebrei e non ebrei "matrimoni interculturali", e si è attrezzato per celebrarli, qualunque sia il genere dei partner.

Come potete vedere in [2a], [2b], [2c], [2d], i rabbini umanisti sono tenuti a celebrare anche questi matrimoni, magari insieme con un celebrante civile oppure un ministro del culto, se uno dei partner vuole che tale matrimonio abbia anche valore civile e/o religioso.

Queste cerimonie sono attentamente personalizzate, per rispettare ed esprimere il retaggio culturale di entrambi i nubendi.

Del resto, tutti i matrimoni sono "interculturali", in quanto i nubendi vengono da diverse famiglie, diverse tradizioni, ed hanno avuto diverse esperienze - non è che l'essere entrambi della medesima religione o del medesimo genere diminuisca la diversità tra i due!

Raffaele Yona Ladu

giovedì 5 febbraio 2015

16 Shvat 5775 - 5 Febbraio 2015: È stato emesso il certificato di conversione

Il PDF (convertito in PNG) del certificato di conversione

Il certificato verrà prossimamente spedito al mio domicilio, con la firma della rabbina Miriam S. Jerris.

Come ho già ricordato qui, per la Society for Humanistic Judaism,
Un ebreo è una persona che si identifica con la storia, la cultura ed il futuro del popolo ebraico.
Per ottenere questo certificato occorre:
  1. Iscriversi alla Society for Humanistic Judaism (cliccando qui - vedi anche qui);
  2. Scegliere un nome ebraico (qui ho spiegato perché ho scelto Yona);
  3. Scrivere delle brevi riflessioni (in inglese) su che significato si attribuisce all'essere un ebreo umanista.
Vi allego le riflessioni in inglese, seguite dalla traduzione italiana, che sono piaciute alla rabbina Miriam S, Jerris:
I admit that the State of Israel has bewitched me, and I would like to live there, west of the Green Line. If I were an Israeli citizen I would pursue equal rights for all (independently of sex/gender, religion, ethnicity, sexuality, mother tongue, cultural identification, and so on), political democracy, social justice, environment protection, and peace with the Palestinians and the rest of the world. I would also like to take advantage of Israel being a crossroads of cultures (not just Jewish traditions) to help them blossom and hybridize.
If I could freely travel from Tel Aviv to Beirut, Damascus, Baghdad, Isfahan, and other wonderful cities to extend cultural ties with the people living there, it would be pure bliss. In my wildest dreams, the Israeli government stops taxing its citizens, and levies a surcharge on the thousands of electric trains shuttling every day between Asia and Africa instead (religious pilgrims to Israel, Medina, Mecca, and so on, would enjoy the same discount rate as students).
But living in Israel is a near impossible dream, so I have to fulfill my “calling” in Italy. Being Jewish means being acutely aware of the “minority stress” and of the dire predicament all minorities are in (the Shoah is a constant reminder). So, not only do I (culturally and politically) fight antisemitism, but also sexism, homophobia (most friends of mine are gay), biphobia (my wife is bisexual), transphobia, islamophobia, xenophobia, ziganophobia, religious and racial hatred. A precious thing I’ve learned from the Jewish philosopher Judith Butler is that most identities usually “naturalized” are actually social constructions (even God is a social construct, according to the midrash, “When you are my witnesses, I am God; and when you are not my witnesses, I am, as it were, not the Lord”).
So, most identities cannot claim any privilege, because they are just performances we keep rehearsing. Humanistic Judaism, which forgoes circumcision, and requires positive, continual self-identification instead, is the best example I know of.
And Jewish philosophers like Emanuel Lévinas and Jacques Derrida have convincingly taught about our duty towards the Other and the Ethics of Hospitality. The interpretation mainstream Judaism (and even the founder of Christianity – read Mt 10:11-15 and Lk 10:5-12) has always maintained about the tale of Sodom and Gomorrah is that their inhabitants’ sin was lack of hospitality and cruelty towards strangers, not sexual impropriety – anal rape was part of a mobbing strategy against poor foreigners (Lot and his family were tolerated because they were well-off), not a lustful behavior.
Alas, most developed countries have got a crush with the “midat Sdom”, or better, the “mitat Sdom”. I and my (Christian) wife are doing our best to help needy foreigners, by ourselves or through a Christian church, and even through an LGBT association (which strove to help migrant gay people to get political asylum – the first time I met my wife was there).
No culture grows in isolation: they are webs of relationships among persons, peoples, and other cultures. If cultures were drawn on a map, the frontiers would be no less interesting than the capital cities, the smugglers’ trails no less interesting than the high-speed railways – this is something I have learnt at university (I have a degree in psychology, and the subject I loved most was cultural anthropology – one of the many fields Jews have excelled in), while studying diversity in Judaism, learning about the interesting endeavor of Lazar Ludwik Zamenhof to create Esperanto, a vehicular language for the whole world, devised to express not just the core of a culture, but to relate peoples and cultures to each other, and while coming to terms with my wife’s bisexuality. 
Bisexual people live at the boundary of different identities and negotiate among different desires – their hybridity takes a toll in terms of physical and mental health, not to speak of social status and opportunities, but it is a gift Diaspora Jews have been living with for millennia, and Humanistic Jews like me want to continue this noble tradition.
Ecco la traduzione [con delle spiegazioni tra parentesi quadre]:
Ammetto che lo Stato d’Israele mi ha stregato, e vorrei viverci, ma ad ovest della Linea Verde [quella che divide il territorio già israeliano prima del 5 Giugno 1967 da quello occupato nella Guerra dei Sei Giorni successivi]. Se fossi cittadino israeliano mi adopererei perché tutti avessero eguali diritti (indipendentemente dal sesso/genere, dalla religione, dall’etnia, dall’identità sessuale, dalla lingua madre, dall’identità culturale, eccetera), per la democrazia politica, la giustizia sociale, la protezione dell’ambiente, e la pace con i palestinesi ed il resto del mondo. Mi piacerebbe inoltre approfittare del fatto che Israele è un incrocio di culture (non solo di tradizioni ebraiche) per aiutarle a fiorire e ad incrociarsi.
Se potessi viaggiare liberamente da Tel Aviv a Beirut, Damasco, Baghdad, Isfahan, ed altre meravigliose città per stabilire legami culturali con le persone che ci vivono, sarebbe per me perfetta letizia. Nei miei sogni più audaci, il governo israeliano smette di tassare i suoi cittadini ed impone invece una sovrattassa sulle migliaia di treni elettrici che ogni giorno fanno la spola tra l’Asia e l’Africa (i pellegrini per motivi religiosi in Israele, la Medina, la Mecca, eccetera, pagherebbero la tassa con lo stesso sconto degli studenti).
Ma vivere in Israele è un sogno quasi impossibile, così devo realizzare la mia “vocazione” in Italia. Essere ebreo significa essere acutamente cosciente dello “stress da minoranza” e delle dure condizioni di vita di ogni minoranza (la Shoah non fa che ricordarcelo). Perciò, non soltanto lotto (culturalmente e politicamente) contro l’antisemitismo, ma anche contro il sessismo, l’omofobia (la maggior parte dei miei amici sono gay), la bifobia (mia moglie è bisessuale), la transfobia, l’islamofobia, la xenofobia, la ziganofobia (l’odio per i rom), l’odio religioso e razziale. Una cosa importante che ho imparato dalla filosofa ebrea Judith Butler è che la maggior parte delle identità che sono normalmente “naturalizzate” [ritenute date per natura] sono in realtà costruzioni sociali (anche Dio è un costrutto sociale, a dar retta al midrash [insegnamento tradizionale]: “Quando siete miei testimoni, sono il vostro Dio; quando non lo siete, per così dire, non sono il vostro Dio”).
Perciò, la maggior parte delle identità non può rivendicare alcun privilegio, in quanto sono solo recite che continuiamo a replicare. L’ebraismo umanista, che fa a meno della circoncisione, e richiede invece un’autoidentificazione esplicita e continua, ne è il miglior esempio che io conosca.
E filosofi ebrei come Emmanuel Lévinas e Jacques Derrida hanno insegnato e convinto sul nostro dovere verso l’Altro e sull’Etica dell’Ospitalità. L’interpretazione che il filone principale dell’ebraismo (e perfino il fondatore del cristianesimo – leggi Mt 10:11-15 e Lc 10:5-12) hanno sempre sostenuto sul racconto di Sodoma e Gomorra è che il peccato dei loro abitanti fu la mancanza di ospitalità e la crudeltà verso gli stranieri, non l’immoralità sessuale – lo stupro anale era parte di una strategia di mobbing contro gli stranieri poveri (Lot e la sua famiglia venivano tollerati perché benestanti), non un comportamento libidinoso.
Purtroppo, la maggior parte dei paesi sviluppati ora si è presa una cotta per le “maniere di Sodoma”, o meglio, per il “letto di Sodoma” [in ebraico c’è un gioco di parole intraducibile; il “letto di Sodoma”, come il “letto di Procuste” della mitologia greca, era un letto a cui venivano incatenati gli stranieri – se più lunghi del letto, gli si mozzavano le gambe; se più corti, gliele si tirava con forza]. Io e mia moglie stiamo facendo del nostro meglio per aiutare gli stranieri bisognosi, da soli od attraverso una chiesa cristiana, ed anche attraverso un’associazione LGBT (che cercava di aiutare i migranti gay ad ottenere asilo politico – mia moglie l’ho incontrata lì per la prima volta).
Nessuna cultura cresce isolata: esse sono reti di relazioni tra persone, popoli ed altre culture. Se si disegnassero le culture su una mappa, le frontiere non sarebbero meno interessanti delle capitali, i sentieri dei contrabbandieri non meno interessanti delle ferrovie ad alta velocità – è una cosa che ho imparato all’università (ho una laurea in psicologia, e la materia che mi piaceva di più era l’antropologia culturale – uno dei molti campi in cui hanno eccelso gli ebrei), mentre studiavo le diversità all’interno dell’ebraismo, imparavo qualcosa sul tentativo interessante di Lazar Ludwik Zamenhof di creare l'Esperanto, una lingua veicolare per il mondo intero, congegnata per esprimere non il nocciolo di una cultura, ma per mettere in relazione tra loro popoli e culture, e venendo a patti con la bisessualità di mia moglie.
Le persone bisessuali vivono al confine tra diverse identità e negoziano tra diversi desideri – la loro condizione ibrida paga uno scotto in termini di salute fisica e mentale, per non parlare di status sociale ed opportunità, ma è un dono con cui gli ebrei della Diaspora hanno vissuto per millenni, e gli ebrei umanisti come me vogliono continuare questa nobile tradizione.
Dovrei ora riprendere in mano la chavurà (gruppo di studio) Non è in cielo, ma ammetto di aver poco tempo per questo.

Raffaele Yona Ladu

martedì 20 gennaio 2015

Transizioni librarie









Questo post non sarebbe di argomento ebraico, però esistono due importanti principi meta-halakhici (che cioè modulano l'interpretazione della legge religiosa ebraica) chiamati kavod ha-beriot ("onore alle creature", pressappoco equivalente alla "dignità umana") e derekh eretz ("la via del paese", ovvero il rispetto delle leggi e degli usi del luogo) che entrano in gioco in questo caso.

Nella pubblicazione LGBT [1], ad onta delle proteste delle persone trans, la biografia di un uomo trans FtM è stata riscritta cambiando tutte le forme grammaticali da maschili a femminili, aderendo così ad una visione cissessista della grammatica italiana.

Era veramente necessaria quest'operazione? Io non faccio il grammatico, ma nella mia vita ho fatto anche il bibliotecario dilettante per l'Arcigay di Verona.

Ho scelto il nome della biblioteca [2] ("Oberon, the Library of the Fairies", in quanto Oberon, personaggio del "Sogno di una notte di mezza estate" di Shakespeare, è lì presentato come "the king of the fairies", e "fairy" in inglese non vuol dire solo "fatina", ma anche "frocetta"), ho iscritto per qualche tempo lei e me stesso all'AIB [3], e mi sono studiato le REICAT [4], nonché il libro [5].

Un bibliotecario è un cultore dell'ontologia, in quanto il modo in cui classifica le risorse bibliotecarie rispecchia la sua visione della realtà, e le REICAT sono a loro modo un manuale di metafisica.

Le REICAT non affrontano esplicitamente il tema della transizione di sesso e/o genere, però il capitolo 15. Intestazioni uniformi per le persone, pp. 260-277 del PDF [4], affronta il caso più generale della persona che usi od abbia usato più di un nome nella propria vita, o sia nota con più nomi, magari in diverse forme.

Il sottocaso che ci interessa di più è quello normato da queste due regole (p. 262 di [4]):
15.1.2. Cambiamento di nome

15.1.2.1. Ultimo nome usato

Se una persona abbandona un nome per adottarne un altro, o lo modifica, si preferisce la forma usata per ultima nelle edizioni delle sue opere, anche se non è quella prevalente.

In caso di dubbio tra un deliberato cambiamento di nome e l’uso contemporaneo o saltuario di più nomi o forme del nome si adotta la forma prevalente.

(...)

15.1.2.2. Sovrani, papi e capi di gruppi religiosi

Per i sovrani e i papi o capi di altri gruppi religiosi si adotta il nome con cui sono identificati a seguito della dignità politica o religiosa che hanno assunto, secondo le norme seguenti.

(...)
Quindi, se il nostro trans FtM avesse scritto un libro o girato un film od inciso un disco, anziché rendersi reo di omicidio, il bibliotecario non avrebbe avuto scelta: avrebbe dovuto catalogare la sua opera dell'ingegno con il suo nome maschile anziché femminile - ed adeguare il genere grammaticale al genere del nome.

Ho voluto menzionare anche la regola dei monarchi perché mi è venuto in mente il libro [6], il cui titolo significa "L'uomo che vorrebbe essere una regina", e che ha tanto infuriato la comunità trans americana da farle iniziare l'inchiesta [7] sul modo non etico in cui l'autore aveva condotto la sua ricerca, inchiesta che è terminata con le dimissioni di J. Michael Bailey dalla carica di Direttore del Dipartimento di Psicologia della Northwestern Unviersity (un lungo scritto in difesa di J. Michael Bailey lo potete invece leggere in [8]). 

C'è una cosa che accomuna i monarchi alle persone trans: esiste un momento della vita, chiamato transizione od incoronazione, in cui cambiano nome, ed il nuovo nome non è soltanto un impegno per il futuro, ma anche la chiave per reinterpretare il loro passato.

E questo vale non solo nel caso della monarchia ereditaria (in cui già alla nascita si sa che una persona regnerà), ma anche della monarchia elettiva (di cui l'esempio più noto è il Vaticano), in cui lo stesso nuovo sovrano può essere sorpreso della sua proclamazione.

Eppure la regalità trasforma la persona che l'assume - tutto il suo passato ne viene riqualificato; quando nel 2005 Joseph Ratzinger divenne Benedictus XVI, divenne giocoforza modificare le "schede d'autorità" con cui si identificano gli autori nei cataloghi delle biblioteche sostituendo il primo nome con il secondo (ed aggiungendo un rimando per chi volesse continuare a cercare i libri di Joseph Ratzinger), e questo valeva per tutte le biblioteche, anche quelle che del porporato avessero avuto solo i compiti a casa delle elementari.

Non farlo non sarebbe stato solo una dimostrazione di pigrizia - avrebbe potuto costituire lesa maestà, se compiuto nella Biblioteca Apostolica Vaticana.

Una persona trans è sovrana di se stessa (come anche le persone cis), ed ignorare la transizione quando si sceglie il genere con cui interpellarla o nominarla significa violare tale sua sovranità (o meglio, autodeterminazione). Non è necessario attendere la conclusione della procedura legale per farlo - perché la persona trans viene sostenuta anche dalla regola REICAT che vale per le persone comuni: chi adotta un nuovo nome, con quello va interpellato e nominato.

Raffaele Yona Ladu
Dottore in Psicologia Generale e Sperimentale