domenica 30 novembre 2014

Jonathan Sacks ad Humanum



[3] Sexual Reproduction One Billion Years Ago

L'articolo [1] copia, censurando alcune immagini ardite agli occhi dei redattori di Kolot, [2], in cui Jonathan Sacks, rabbino capo emerito (ortodosso) dell'Impero Britannico ha voluto spiegare la posizione ebraica tradizionale sul matrimonio, e l'importanza che gli ebrei danno alla famiglia.

C'è un errore scientifico in quello che dice: il far risalire la riproduzione sessuata ad una coppia di pesci fossili rinvenuta in Scozia, e vissuta 385 milioni di anni fa. Saranno stati i primi vertebrati "colti in flagrante", ma la riproduzione sessuata è attestata da ben più tempo, come mostra [3].

Tornando dalla scienza all'ebraismo, tutto il discorso che fa è molto interessante, ma ci sono alcune cose che distinguono il discorso di rav Sacks da quelli che fanno i ciellini che lo hanno ospitato (non integralmente - cosa c'era nelle parti omesse?).

La prima è che il racconto della creazione non viene inteso qui come la prescrizione di una complementarietà necessaria nel disegno divino tra uomo e donna: quando Sacks parla della complementarietà dei sessi, egli cita soltanto il filone maggioritario delle scienze biologiche attuali, e non la tradizione ebraica.

Poiché le scienze sono in evoluzione, è possibile che un rabbino del futuro, nemmeno troppo lontano, debba ritrattare almeno parzialmente il discorso - rav Sacks non ha impegnato la tradizione ebraica, ma solo le scienze, ed i suoi successori (che non hanno comunque alcun dovere di dargli ragione) sono perciò liberi di dire: "Avevamo frainteso".

Invece la chiesa cattolica ci ha impegnato la sua pretesa di infallibilità.

Un'altra cosa interessante è il concetto di "berit = patto"; non sono del tutto d'accordo con quello che dice rav Sacks, ma è notevole il fatto che qualsiasi rapporto interumano basato sulla "emunah = fides" si qualifichi come tale; si può privilegiare la coppia eterosessuale, ma essa non squalifica gli altri rapporti tra persone.

Nel caso dei rapporti intimi tra più di due persone, Sacks parla di adulterio, ma il poliamore è un'altra cosa. Si può obbiettare a Sacks quello che i da me criticati Rafael Castro e John McNeill obiettano all'opinione tradizionale sull'omosessualità maschile: la Bibbia ebraica si oppone ai rapporti intimi che avevano corso all'epoca in cui fu scritta, caratterizzati dalla diseguaglianza e dall'oppressione, non a cose inconcepibili allora come le coppie omosessuali stabili.

Inutile dire che non condivido il rammarico di Sacks per l'affermarsi della concezione liberale per cui quello che non nuoce non c'è motivo di proibirlo. Sacks non si rende conto che essa non è che il risvolto della legge della reciprocità che egli loda tanto, in quanto ebraica e cross-culturale.

Se tu non devi fare agli altri quello che non vuoi si faccia a te stesso (bShabbat 31a), gli altri non devono impedirti di fare quello che a loro non fa danno.

Raffaele Yona Ladu


martedì 4 novembre 2014

Churchmaker


[2] Humanum


Il blog cattolico LGBT americano New Ways Ministry pubblica il preoccupato articolo [1], in cui si annuncia per il 17-19 Novembre 2014 una Conferenza in Vaticano sulla “complementarietà nel matrimonio”, organizzata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, il Pontificio Consiglio per la Famiglia, il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, il Pontificio Consiglio per l’Unità dei Cristiani - [2] è il suo sito web.

La preoccupazione del blog è che il convegno voglia sigillare le aperture che si sono avute nel Sinodo, mostrando che, se la chiesa cattolica è divisa, le altre chiese e religioni non lo sono.

Io vedo una minaccia più grave: verranno invitate chiese cristiane LGBT-friendly (come l’United Church of Christ, che fece causa allo stato del North Carolina, perché riteneva il divieto di matrimonio omosessuale una lesione della propria libertà religiosa)? O le denominazioni ebraiche (vi accenno qui) che non solo celebrano matrimoni omosessuali, ma ordinano anche rabbine e rabbini omosessuali e transgender? E, qualora invitate, saranno franche o diplomatiche?

Il rischio non è soltanto che vengano ristretti gli spazi per le persone LGBT all’interno della chiesa cattolica, ma che si cerchi di dare ad intendere che le confessioni religiose omofile siano delle piccole minoranze, che non infirmano sostanzialmente il consenso che ci sarebbe a questo proposito a livello ecumenico ed interreligioso.

E questo autorizzerebbe una stretta nell'ecumenismo e nel dialogo: se una comunità religiosa vuole stabilire dei rapporti con il Vaticano, dovrà professare che il matrimonio può essere solo tra un uomo cisgender eterosessuale ed una donna cisgender eterosessuale (sono contento che il mio matrimonio esca da questa definizione) - altrimenti verrà snobbata, indipendentemente dal numero dei suoi fedeli, e dalla qualità della sua teologia e del suo impegno per la promozione umana.

In [3] avevo detto che l’omofobia sarebbe stata la campana a morto dell’ecumenismo e del dialogo; devo dire che il Vaticano si sta dimostrando più sofisticato di come temevo: non pretende più di essere l’unica vera religione, ma vuole stabilire i criteri con cui riconoscere una religione sinceramente ispirata da Dio.

L’ecumenismo ed il dialogo non vengono chiusi, ma portati avanti alle sue condizioni; da “the one and only Church”, la chiesa cattolica vuol diventare la “Churchmaker”.

Gramsci avrebbe molto da dire in proposito, in quanto la Chiesa mostra di essere passata dalla pretesa di dominare le coscienze delle persone, al tentativo di stabilire su di loro l’egemonia.

Bisogna chiedersi se è opportuno lasciarglielo fare - il rischio è, oltretutto, che si crei una mentalità, anche tra i giuristi di professione, per cui una comunità religiosa LGBT-friendly vale meno di una omofoba, perché le manca il riconoscimento del Vaticano, ed un'eventuale azione legale contro una legge che leda (incidentalmente o deliberatamente) la sua libertà religiosa, non va presa sul serio, perché non le si riconosce un afflato religioso.

Raffaele Yona Ladu

martedì 28 ottobre 2014

L'omofobia contro l'ecumenismo


Un amico cattolico gay mi ha chiesto un parere sul documento [1], che è così importante che molti psicologi cattolici, quando affrontano il problema della queerness (cioè degli orientamenti sessuali non etero e delle identità di genere non cis), citano senza dirlo quel documento prima ancora della letteratura scientifica sull'argomento. Non è la gerarchia delle fonti che ci si aspetta da un uomo di scienza.

Al mio amico ho scritto una critica feroce che non ritengo indispensabile ripetere qui, se non quanto basta per attirare l'attenzione sul paragrafo 5, che per comodità vi cito qui (i corsivi sono miei):
5. È vero che la letteratura biblica è debitrice verso le varie epoche, nelle quali fu scritta, di gran parte dei suoi modelli di pensiero e di espressione (cf. Dei Verbum, n. 12). Certamente, la Chiesa di oggi proclama il Vangelo a un mondo che è assai diverso da quello antico. D'altra parte il mondo nel quale il Nuovo Testamento fu scritto era già notevolmente mutato, per esempio, rispetto alla situazione nella quale furono scritte o redatte le Sacre Scritture del popolo ebraico.
Dev'essere tuttavia rilevato che, pur nel contesto di tale notevole diversità, esiste un'evidente coerenza all'interno delle Scritture stesse sul comportamento omosessuale. Perciò la dottrina della Chiesa su questo punto non è basata solo su frasi isolate, da cui si possono trarre discutibili argomentazioni teologiche, ma piuttosto sul solido fondamento di una costante testimonianza biblica. L'odierna comunità di fede, in ininterrotta continuità con le comunità giudaiche e cristiane all'interno delle quali le antiche Scritture furono redatte, continua a essere nutrita da quelle stesse Scritture e dallo Spirito di Verità di cui esse sono Parola. È egualmente essenziale riconoscere che i testi sacri non sono realmente compresi quando vengono interpretati in un modo che contraddice la Tradizione vivente della Chiesa. Per essere corretta, l'interpretazione della Scrittura dev'essere in effettivo accordo con questa Tradizione.
Il Concilio Vaticano II così si esprime al riguardo: « È chiaro dunque che la Sacra Tradizione, la Sacra Scrittura e il Magistero della Chiesa, per sapientissima disposizione di Dio, sono tra loro talmente connessi e congiunti da non poter indipendentemente sussistere, e tutti insieme, secondo il proprio modo, sotto l'azione di un solo Spirito Santo, contribuiscono efficacemente alla salvezza delle anime » (Dei Verbum, n. 10). Alla luce di queste affermazioni viene ora brevemente delineato l'insegnamento della Bibbia in materia.
Questo brano (specialmente nei periodi evidenziati in corsivo) pone la parola fine al dialogo ecumenico, con ebrei e cristiani, in quanto stabilisce senza possibilità di appello che l'unica interpretazione corretta possibile della Bibbia è quella della Congregazione della Dottrina della Fede, non importa quanto antiletterale od incoerente.

La chiesa cattolica non si dimostra attrezzata a gestire il pluralismo religioso al proprio interno, al contrario di quello che, ad esempio, accade tra gli ebrei. Non sto parlando solo della grande varietà di denominazioni ebraiche odierne, che interpretano la Bibbia in modo discordante sia tra loro che con la chiesa cattolica, ma anche di una cosa già presente all'epoca di Gesù: le zugot - coppie.

Chi ha studiato diritto romano sa che per tre secoli (tra il 55 AEV ed il 180 EV circa) ci furono due scuole giuridiche che si contrapponevano: i proculiani ed i sabiniani; non è facile riassumere le differenze d'opinione tra le due scuole, e mi limito ad osservare che i giuristi ne debbono tenere conto, sapendo che solo il passare del tempo e l'evoluzione della disciplina hanno portato ad una sintesi unitaria, dopo il 180 EV.

Qualcosa di simile era accaduto tra i rabbini in Terra d'Israele: il dibattito sulla legge religiosa, alimentato dalla Torah scritta e da quella orale, aveva dato vita a diverse scuole, ed a capo dei rabbini si era deciso perciò di nominare un paio di persone ogni volta ("zug" in ebraico vuol dire "coppia", e "zugot" è il suo plurale - la parola probabilmente viene dal greco "zygos"), ovvero i capi delle due scuole più autorevoli.

Questa situazione durò tra il 535 AEV ed il 70 EV, e l'ultima coppia, la più famosa, era composta dai maestri Shammai (50 AEV - 30 EV) ed Hillel (110 AEV - 10 EV); dopo la morte di entrambi il sistema fu abolito, e la temporanea supremazia della scuola di Shammai cessò dopo la distruzione del Tempio ed il Concilio di Yavne, quando fu la scuola di Hillel ad assumere l'egemonia, ed a foggiare a propria immagine l'ebraismo fino ad oggi.

Gli autori del Talmud vollero comunque tramandare l'eco delle dispute tra le due scuole, e diedero una poetica spiegazione di come mai il dominio era passato alla scuola di Hillel:
Rav Abba disse a nome di Shmuel: "Per tre anni la scuola di Shammai e la scuola di Hillel litigarono tra loro. Uno diceva: "L'halachà [legge ebraica] segue i nostri insegnamenti", e l'altra diceva: "L'halachà segue invece i nostri". Una voce dal Cielo si fece sentire dicendo: "Queste e quelle sono parole del Dio vivente, ma l'halachà segue gli insegnamenti della scuola di Hillel". Poiché entrambe sono parole del Dio vivente, perché mai meritò la scuola di Hillel di avere l'halachà stabilita secondo i suoi insegnamenti? Perché i suoi esponenti erano gentili e modesti, studiavano le loro dottrine e quelle della scuola di Shammai, ed inoltre, prima citavano i detti della scuola di Shammai, e poi i loro propri.
(Talmud Bavli, Ordine Mo'ed, Trattato Eiruvin, foglio 13b [E-Daf, Sefaria])
Non si è obbligati a prendere alla lettera questo racconto, più poetico che storico, ma è molto interessante notare che il vincitore (la scuola di Hillel) non ha voluto delegittimare lo sconfitto (la scuola di Shammai) dicendo che quello che insegnava era un fraintendimento od una mistificazione della parola di Dio - tant'è vero che il Talmud ha voluto tramandare anche gli insegnamenti della scuola di Shammai, pur non avendo più essi alcuna utilità pratica, proprio per rispetto alle parole del Dio vivente che quella scuola esprimeva.

Il pregio della scuola di Hillel era quindi più nel metodo che nel merito, ed i lettori cristiani gongoleranno scoprendo che il medesimo foglio del Talmud dice pure: "Questo insegna che chi si umilia, Dio Benedetto lo innalza; chi si esalta, Dio Benedetto lo umilia".

Non si può dire lo stesso dell'autore di [1]: quando scrive, nel paragrafo 6 (il corsivo è mio):
Così il deterioramento dovuto al peccato continua a svilupparsi nella storia degli uomini di Sodoma (cf. Gen 19, 1-11). Non vi può essere dubbio sul giudizio morale ivi espresso contro le relazioni omosessuali.
Questa è una sfida contro tutte le persone che si sono lette la Bibbia, e non possono fare a meno di confrontare Genesi 19:1-11 con Ezechiele 16:49, Matteo 10:11-15, Luca 10:5-12, e concludere (come ho fatto io qui) che il peccato di Sodoma e Gomorra era il mobbing compiuto in forma particolarmente grave, ricorrendo anche alla violenza sessuale per cacciare gli stranieri dalla città.

Ma è anche una sfida contro tutte le denominazioni ebraiche (salvo i caraiti) che appunto interpretano così quel racconto biblico (vedi qua), e le molte confessioni cristiane riformate che fanno altrettanto.

Non solo: mi sono permesso di citare, oltre ad Ezechiele 16:49Matteo 10:11-15 e Luca 10:5-12 per mostrare che questo periodo, che si trova nel citato paragrafo 5 del documento:
L'odierna comunità di fede, in ininterrotta continuità con le comunità giudaiche e cristiane all'interno delle quali le antiche Scritture furono redatte, continua a essere nutrita da quelle stesse Scritture e dallo Spirito di Verità di cui esse sono Parola.
È un falso storico. I due brani evangelici mostrano chiaramente che Gesù su Sodoma e Gomorra la pensava come gli ebrei di oggi, non come la Congregazione della Dottrina della Fede di oggi: infatti, il discorso di Gesù (riportato da due Vangeli, cosa che secondo gli esegeti cristiani prova la sua autenticità) sarebbe retoricamente insipido se il peccato di Sodoma e Gomorra fosse stato l'omosessualità, invece è retoricamente efficacissimo se è la mancanza di ospitalità, espressa addirittura contro i messaggeri di Dio ("malakh = angelos = messaggero"), tanto ai tempi di Abramo, come in quello di Gesù.

L'allusione a Sodoma e Gomorra sembra uno schiaffo in faccia all'ex-gesuita John McNeill, specialista nello sdoganare l'omosessualità attraverso l'esegesi biblica, ed un'ammonizione a tutti i cristiani: non serve a nulla che vi documentiate e ragioniate con la vostra testa, e che la vostra interpretazione sia più aderente al testo ed al contesto della nostra, perché se non date ragione a noi vi scomunichiamo.

Grazie, ne sono onorato!

Raffaele Yona Ladu

venerdì 24 ottobre 2014

Scoraggianti statistiche sui matrimoni misti

[1] Matrimoni misti: il 70% falliscono

[2] Why We Call Them Intercultural Weddings: A Secular Humanistic Jewish Approach

L'ebraismo, fin dai tempi di Esdra, ha sempre avversato i matrimoni misti, vedendoli come veicolo di assimilazione per il coniuge ebreo, e non riconoscendo loro alcun valore giuridico - la soluzione prevista per questi casi è la conversione del coniuge non ebreo all'ebraismo.

A questo aggiungiamo l'islamofobia di molti ebrei, i quali vedono nei mussulmani dei nemici giurati dello stato d'Israele, anziché persone come tutte le altre, e capiamo perché è stato pubblicato l'articolo [1] su Kolot, un sito ebraico ortodosso in religione, e conservatore in politica.

Mi sento obbligato a rispondere: la prima ovvietà è che l'articolo parla di una situazione (il matrimonio di un mussulmano con una cristiana) che è molto diversa da quella del matrimonio di un*ebre* italian* con un* cristian* italian*: poiché la maggior parte dei mussulmani italiani sono cittadini extracomunitari, penso che la variabile che spiega di più gli scoraggianti risultati sia la differenza di nazionalità, più che quella di religione.

Oltretutto, mentre per molti stranieri (mussulmani e non) sposare un*italian* può essere il "bingo" che permette di ottenere la cittadinanza UE, e questo può indurre a matrimoni d'interesse che alla lunga si sfasciano, è assai raro che questo succeda in un matrimonio tra un*ebre* ed un* cristian*.

Posso ammettere che ci siano dei mariti mussulmani di origine straniera più maschilisti di quanto le loro mogli cristiane italiane siano disposte a tollerare, ma sarebbe un grave pregiudizio ritenere che questa sia una regola generale.

Il maschilismo è una malattia che colpisce anche molti uomini italiani, e nessuna religione vaccina contro questo. Tutte le donne che vogliono sposarsi devono accertarsi che il loro marito sia meno maschilista del sopportabile - qualunque sia la religione e la nazionalità di lui.

Anch'io vivo un "matrimonio misto": io mi identifico come ebreo, mia moglie come cristiana. Ma preferisco chiamare il mio matrimonio "interculturale" (vedi [2]), ed attribuire i problemi che ci sono non alla differenza di religione, ma ad altre questioni, tra cui la crisi economica, che non risparmia nessuno in questo paese.

Raffaele Yona Ladu

giovedì 23 ottobre 2014

Sodoma, Gomorra, ed un bifobico


L'articolo [1] è stato pubblicato nel sito inglese del più diffuso giornale israeliano (Yedi'ot Acharonot = Ultime Notizie; di centro), e nel colofon è scritto che il suo autore, Rafael Castro, ha studiato a Yale, all'Università Ebraica di Gerusalemme, ed in alcune yeshivot a Bnei Brak e Gerusalemme.

Secondo me, però, l'organizzazione ebraico-LGBT-americana A Wider Bridge ha sbagliato a citare l'articolo senza criticarlo.

Di solito preferisco citare o tradurre i brani più significativi degli articoli che critico - ma per non far torto all'autore dovrei tradurre i due terzi del suo articolo, per cui mi limito a riassumerlo - il link all'originale ce l'avete comunque.

L'autore comincia osservando che, se l'autore di Levitico 18:22
E con un maschio non devi usare il concubito di (uomo con) donna: ell’è cosa abbominevole. (Traduzione di Samuel David Luzzatto, detto Shadal, 1872 - qui ci sono delle traduzioni cristiane)
avesse voluto condannare il comportamento omosessuale tout court, non avrebbe avuto bisogno di aggiungere alle parole "lo tishkav" (Shadal traduce "non devi usare il cuncubito", ma letteralmente è "non giacerai") la locuzione "mishkevei ishshà" ("il cuncubito di [uomo con] donna", traduce bene Shadal) perché il verbo "shakhav" ("giacere") viene usato anche altrove nella Bibbia con significato sessuale, e quindi l'aggiunta sarebbe stata pleonastica.

Se l'autore biblico ha voluto precisare, occorre chiedersi perché; rav Steven Greenberg, John J. McNeill (ex-gesuita), ed altri ritengono che fosse un'allusione ai culti cananei della fertilità, in cui si praticava la prostituzione sacra, sia femminile che maschile, ed in cui il prostituto sacro (qaddesh) si offriva ai fedeli vestito da donna.

Non è questa però l'interpretazione che propugna Rafael Castro. Per lui la precisazione significa che una persona non deve frequentare sessualmente i maschi e le donne insieme - quindi è contro la bisessualità, non contro l'omosessualità.

Aggiungiamo il divieto di rapporti sessuali prematrimoniali e di adulterio imposto dalla religione ebraica, e scopriamo che, nell'interpretazione di Rafael Castro, l'autore biblico non ha niente contro le relazioni omosessuali monogame, ma ha molto da dire contro la promiscuità, specialmente se bisessuale.

Per sostenere la sua tesi, Castro cita perfino l'episodio biblico di Sodoma e Gomorra, che gli ebrei non ricollegano al divieto di comportamenti omosessuali (ne riparlo poi): secondo lui, quanto Lot in Genesi 19:7-8 disse agli abitanti di Sodoma:
7 E disse: Deh! miei fratelli, non commettete una rea azione. 
8 Ecco io ho due figliuole, che non han conosciuto uomo: lasciate ch’io le dia fuori a voi, e trattatele come v’aggrada. Però a questi uomini non fate cosa alcuna, poscia che son venuti sotto l’ombra del mio tetto. (Trad. Shadal, 1872; traduzioni cristiane)
mostrava che egli sapeva che erano bisessuali, perché altrimenti lui avrebbe offerto loro i suoi figli maschi, oppure se stesso.

Non mi convince però l'interpretazione di Rafael Castro. L'interpretazione ebraica costante dell'episodio viene ribadita dall'inciso (evidenziato da me in corsivo) che Shadal appone alla sua traduzione di Genesi 19:9, cioè la risposta degli abitanti di Sodoma alla proposta di Lot:
9 Ed essi dissero: Va via! E soggiunsero: Vedi! uno che è venuto qui forastiere, osa pronunziare giudizi [censurando una misura da noi adottata per tener lontani i forastieri]. Ebbene, vogliam fare del male a te più che ad essi. Fecero grande insistenza contro l’uomo, Lot cioè, e si accostarono per romper l’uscio. (Shadal, 1872 - trad. cristiane).
Che la preoccupazione dei sodomiti fosse il non dividere la propria ricchezza con alcuno, ed il loro peccato il non voler ospitare nessuno non lo dicono solo i rabbini d'oggi - lo dice un passo della Bibbia ebraica (che devo citare in traduzione cristiana, perché non ho a disposizione una traduzione ebraica fuori diritti, cioè per cui non si debbano pagare i diritti d'autore), Ezechiele 16:49:
Ecco, questa fu l'iniquità di Sodoma, tua sorella: lei e le sue figlie vivevano nell'orgoglio, nell'abbondanza del pane, e nell'ozio indolente; ma non sostenevano la mano dell'afflitto e del povero. (Nuova Riveduta)
Ulteriore testimonianza ce la dà lo stesso fondatore del cristianesimo, Gesù, in un logion riportato da due Vangeli, e quindi ritenuto autentico. 

In Matteo 10:11-15 (Nuova Riveduta):
11 In qualunque città o villaggio sarete entrati, informatevi se vi sia là qualcuno degno di ospitarvi, e abitate da lui finché partirete. 
12 Quando entrerete nella casa, salutate. 
13 Se quella casa ne è degna, venga la vostra pace su di essa; se invece non ne è degna, la vostra pace torni a voi. 
14 Se qualcuno non vi riceve né ascolta le vostre parole, uscendo da quella casa o da quella città, scotete la polvere dai vostri piedi. 
15 In verità vi dico che il paese di Sodoma e di Gomorra, nel giorno del giudizio, sarà trattato con meno rigore di quella città.
In Luca 10:5-12 (Nuova Riveduta):
05 In qualunque casa entriate, dite prima: "Pace a questa casa!" 
06 Se vi è lì un figlio di pace, la vostra pace riposerà su di lui; se no, ritornerà a voi. 
07 Rimanete in quella stessa casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché l'operaio è degno del suo salario. Non passate di casa in casa. 
08 In qualunque città entriate, se vi ricevono, mangiate ciò che vi sarà messo davanti, 
09 guarite i malati che ci saranno e dite loro: "Il regno di Dio si è avvicinato a voi". 
10 Ma in qualunque città entriate, se non vi ricevono, uscite sulle piazze e dite: 
11 "Perfino la polvere della vostra città che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scotiamo contro di voi; sappiate tuttavia questo, che il regno di Dio si è avvicinato a voi". 
12 Io vi dico che in quel giorno la sorte di Sodoma sarà più tollerabile della sorte di quella città.
Se il peccato di Sodoma e Gomorra fosse stato l'omosessualità o la bisessualità, il paragone di Gesù sarebbe stato di scarso valore retorico; ma se il peccato era la mancanza di ospitalità, ecco che diventa appropriatissimo e retoricamente efficace.

Rafael Castro non vuole smentire quest'interpretazione, ma non tiene conto di quello che i suoi correligionari avevano capito almeno dai tempi di Ezechiele (622-570 AEV): il mobbing (questo è quello di cui sono accusati gli abitanti di Sodoma e Gomorra, anche se la parola non era conosciuta nei tempi biblici) si esprime nei casi peggiori anche sotto forma di molestie e violenze sessuali, che non hanno per scopo il piacere, non hanno per scopo l'iniziare e consolidare una relazione intima, ma solo l'umiliazione della vittima, e perciò non hanno niente a che fare con l'orientamento sessuale di chi le pratica.

È noto che gli antichi romani sodomizzavano i nemici vinti - ma non incaricavano di questo i soldati più "gay": lo facevano tutti, anche quelli che avrebbero preferito violentare una donna anziché un uomo.

Il discorso di Lot agli abitanti di Sodoma e Gomorra secondo me ha un altro significato: sia la Bibbia che letteratura rabbinica dicono che gli abitanti di Sodoma e Gomorra erano spaventosamente attaccati al denaro.

Si sarebbero dovuti perciò rendere immediatamente conto che, se un padre di famiglia offriva loro due figlie vergini, egli non offriva i loro servizi sessuali (c'erano sicuramente prostitute e prostituti a Sodoma, e Lot avrebbe potuto dire: "Andateci a letto, pagherò le marchette domattina"), ma offriva la loro cospicua dote e la vantaggiosa parentela (nel caso di Lot, con la stirpe di Abramo) ai due maschi dominanti del gruppo che le avessero difese dagli altri e le avessero impalmate!

Nessun abitante di Sodoma avrebbe sciupato due "cose" preziose come le due figlie vergini di un uomo ricco, potente ed ammanigliato (suo zio era Abramo, l'amico di Dio [Isaia 41:8]) facendone un uso improprio, ovvero trattandole come zoccole. Sarebbe stato come usare una Rolls Royce per trasportare calce, mattoni e legname da costruzione!

Poteva stare tranquillo, Lot: il peggio che poteva capitare alle figlie era di trovare marito.

Inoltre, è notevole il fatto che, in una società in cui le donne dovevano procreare il più possibile ("Moltiplicherò assai i tuoi travagli e le tue gravidanze", Genesi 3:16), e quindi le ragazze venivano fidanzate non appena avevano il menarca, queste due figlie vergini fossero rimaste con il padre Lot, e questi non le avesse promesse ad alcuno (se fossero state fidanzate, egli non avrebbe potuto offrirle come fece).

Probabilmente Lot non voleva imparentarsi con gli abitanti di Sodoma, ma la gravità del momento superava ogni altra considerazione; perché Lot non voleva? Perché gli abitanti di Sodoma hanno rifiutato?

Perché la legge di Lot era diversa da quella di Sodoma, e gli abitanti di Sodoma non volevano essere giudicati in base ad essa (nel citato passo di Genesi 19:9 rinfacciano infatti a Lot di volerli giudicare, pur essendo uno straniero) - come sarebbe accaduto se si fossero imparentati con Lot, perché Lot avrebbe preteso che i futuri generi e tutti i loro parenti maschi si circoncidessero (confronta Genesi 34:14-17).

Lot offriva loro non solo la prosperità, ma anche la salvezza. Suo zio Abramo aveva cercato di salvare Sodoma e Gomorra esigendo da Dio che ci fossero meno di dieci giusti tra gli abitanti, come condizione per sterminarli (Genesi 18:10); Lot cercava ora di convincerli a cambiare la loro legge con la sua, offrendo la prosperità a cui tenevano tanto, perché della salvezza non sapevano che farsene.

Lot è stato degno di suo zio Abramo nell'offrire la salvezza agli abitanti di Sodoma, e questo, forse, non solo l'aver difeso gli angeli del Signore, l'ha meritata a lui ed alla sua famiglia.

Non che Lot fosse uno specchio di virtù (infatti consumerà poi incesto con le figlie), ma la sua condotta fu sufficiente per salvarlo, al contrario degli abitanti di Sodoma e Gomorra, rei di cosa ben peggiore di un peccato di sesso con persone adulte e consenzienti (anzi, seducenti).

Un'altra cosa che mi stupisce dell'articolo di Rafael Castro è che, anche se posso capire che uno sia bifobico, nessuno dei suoi amici, compagni di studio, di militanza, eccetera, gli ha fatto notare che non serve a niente togliere la condanna dagli omosessuali per porla sui bisessuali. La Torah rimane un testo oppressivo comunque, e nessuno si può consolare perché l'oppresso è un'altra persona.

Inoltre, Rafael Castro scrive (è l'unico brano che mi permetto di tradurre):
C'è comunque dello spazio per una sensibile comprensione del Levitico che spiani la strada perché la monogamia omosessuale sia tollerata dall'ebraismo che osserva la Torah?
Non ci vuole una grande cultura biblica per sapere che la Bibbia ebraica consente la poliginia, ovvero il matrimonio di un uomo con più donne (senza alcun limite! Anche per questo Lot poteva offrire le sue figlie agli abitanti di Sodoma - nessuno avrebbe potuto rispondere: "Spiacente, sono già impegnato"), e che tale tradizione è proseguita fino al Ventesimo Secolo tra gli ebrei dei paesi mussulmani (tra gli ebrei di origine europea vige la taqqanah di Gershom Rabbenu Meir ha-Golà, che la proibì all'inizio dell'11° Secolo - e la poliginia è vietata pure nello Stato d'Israele).

Quindi ... perché la poliginia per gli eterosessuali e la stretta monogamia per gli omosessuali? C'è una discriminazione, che non viene alleviata dalla preferenza che c'è sempre stata anche nella Bibbia per la monogamia eterosessuale.

Inoltre, l'uomo (scapolo o sposato, poco cambia secondo la Bibbia) che ha rapporti con una donna nubile non commette un peccato della stessa gravità di chi ha rapporti con una donna sposata ad un altro - perché nel primo caso l'uomo (grazie anche alla poliginia) può "riparare" sposando la donna, nel secondo caso no, ed anzi viola il diritto del marito di lei alla sua esclusività sessuale.

Alle persone omosessuali invece, che succede, se hanno rapporti con altri omosessuali già impegnati? Non è un caso di scuola: se le donne lesbiche sono gelosissime (il che vuol dire che la tentazione di tradire c'è, eccome!), i maschi gay invece di solito contrattano relazioni aperte, in cui l'affetto viene erogato dal partner principale, ma questo non vieta di soddisfarsi sessualmente anche con altre persone (come in molte famiglie etero, per l'uomo l'importante è non innamorarsi).

Non è vero che promiscui sono solo i bisessuali, mentre gli omosessuali di ambo i generi possono essere fedeli e guadagnarsi quindi la "tolleranza" dell'ebraismo osservante della Torah.

Qui si sta cercando di separare le pecore dai capri (cosa poco ebraica, tant'è vero che l'espressione si trova in Matteo 25:32 - ed i paralleli che ha individuato LaParola.Net sono quasi tutti nelle scritture cristiane), i "buoni omosessuali" dai "cattivi bisessuali"; ma ai buoni omosessuali non viene promesso un posto a tavola, bensì di stare ginocchioni per terra davanti ad uno sgabellino con il cibo.

Non ci rimettono solo i bisessuali dall'articolo di Rafael Castro.

Raffaele Yona Ladu



P: S: Preciso che sono un sostenitore del matrimonio di gruppo: il mio attuale rapporto di coppia è monogamico, ma penso che, se più di due persone vogliono sposarsi insieme, glielo si possa concedere - vuol dire che le norme di questo matrimonio si ispireranno a quelle delle società di persone.

Dal mio punto di vista, la poligamia biblica è un problema perché:
  1. prevede che in un matrimonio ci siano un solo marito, ed una o più mogli;
  2. non prevede che ci possano essere una moglie con più mariti, oppure solo mariti, o solo mogli, oppure un misto di più mogli e mariti - per non parlare delle persone che sfuggono al binarismo dei generi (note sicuramente ai rabbini - vedi questa pagina del sito Transtorah.Org);
  3. soprattutto, perché non prevede che la moglie possa vietare al marito di sposare altre mogli (a questa limitazione, qualora non provveda la legge civile vietando la poligamia, si può ovviare scrivendo nel contratto di fidanzamento che, qualora il marito sposi un'altra donna, questo annulla il matrimonio con la prima);
  4. infine, perché mette il marito a capo della famiglia, solo perché ha il pisello.
Risolvete questi problemi, e si può introdurre la poligamia nell'ordinamento giuridico.

sabato 18 ottobre 2014

Falafel Fusion

Qui parlo di un argomento un po' meno serio del solito: come un semplice problema culinario è diventato l'occasione per fare cucina fusion.

Vado matto per i falafel, ma mia moglie Luigia non ama i fritti; chiedo perciò consiglio ad un'amica ebrea, Marina Morpurgo, che ha consigliato di cuocerli al forno.

La ringrazio per il consiglio, però il primo tentativo ha dato un cibo squisito, ma completamente sfarinato.

Come mai? Mia moglie Luigia frequenta un corso di cucina sarda a Vicenza, organizzato dall'Associazione Culturale Grazia Deledda (affiliata FASI) e ne ha accennato all'insegnante del corso, una donna algherese di nome Lionella.

Lei ha osservato che il problema poteva essere stato causato dal non aver aggiunto l'uovo nell'impasto - il suggerimento mi è parso plausibile, in quanto so che le uova, essendo parve, cioè neutre, sono molto usate nella cucina ebraica perché si possono aggiungere alla carne ed ai latticini senza creare problemi di kashrut.

Mentre mia moglie Luigia mi riferiva questo, ho visto alcune delle cose che avevano preparato le allieve del corso - tra cui un tagliere pieno di "polpette della sposa", che sono fatte con la carne di porco (sì, 7azir!), e mia moglie Luigia mi ha spiegato che le avrebbero cotte nel brodo come i canederli.

Illuminazione: i canederli in brodo ci sono anche nella cucina ebraica (li chiamano kneidlakh in yiddish, oppure matzah balls, in "hebronics = americano ebraizzato", ed ho visto che sono particolarmente apprezzati per la cena pasquale, in quanto sono fatti con il pane azzimo), e forse un modo di cucinare i falafel senza friggerli e senza infornarli (due tipi di cottura che i naturopati disdegnano, perché fortemente yang) potrebbe essere quello di cuocerli in brodo a mo' di canederli.

Mia moglie Luigia mi ha detto che vale la pena provarci, perché la differenza tra le polpette che stava preparando ed i falafel è solo quella dell'ingrediente principale: porco oppure ceci. Potrebbe funzionare!

Vi informerò se l'aggiunta delle uova ha avuto successo, e se ha senso bollire; intanto però vi dico che mi fa venire il mal di testa pensare come un problema di cucina nato quando ho mangiato tanti anni fa dei magnifici falafel preparati da una coppia di gay palestinesi rifugiatisi a Verona per non farsi linciare (e che alla fine hanno ottenuto l'asilo politico perché appunto discriminati per orientamento sessuale, con l'aiuto del Circolo Pink), aggravatosi dopo aver mangiato tanti falafel in Israele (soprattutto a casa della mia amica Bianca Schlesinger) e nella Diaspora (qui in ristoranti kasher), ha trovato un inizio di soluzione parlando via Facebook con un'amica ebrea milanese (la citata Marina Morpurgo, che ringrazio), e poi è stato portato in "consulto", come un caso clinico degno di nota, in una scuola di cucina sarda, proprio il giorno in cui si insegnava a cuocere il porco!

Ma dall'Egitto (= Mitzrayim = Luogo delle angustie) si può uscire in ogni momento (qualcosa del genere diceva rav Nachman di Breslavia), ed il ricordo di alcuni magnifici Sidrei Pesa7 = cene pasquali a cui ho partecipato forse mi ha aiutato a trovare quella che sembra la soluzione definitiva.

L'avevo già detto alla prima lezione: fare cucina sarda fuori dalla Sardegna significa fare cucina "fusion", perché gli ingredienti originali è difficile trovarli fuori dall'isola, e quindi occorre per forza modificare la ricetta.

A quanto pare, abbiamo imparato a meraviglia la lezione, e siamo pure diventati capaci di rianimare culture gastronomiche periclitanti.

Raffaele Yona Ladu



P. S.: Stiamo provando a cucinare i falafel/kneidlach; ecco le foto dei falafel crudi e del sugo usato:

I falafel/canederli ancora crudi
Il sugo



Ecco il risultato:

Il sugo viene versato sugli F/C
Il sugo è più trentino che israeliano, in quanto è stato preparato con pomidoro, melanzane ed aromi che lo hanno reso piccante (meno della te7ina, però). Occorre fare attenzione, perché i falafel hanno un sapore delicato, che questo sugo facilmente sommerge.

Il risultato è buono, anche se da migliorare.

lunedì 6 ottobre 2014

Genesi 1:27, dagli Amorei a Soloveitchik, passando per Gramsci

Gli LGBT-fobi amano citare Genesi 1:27 a sostegno delle loro tesi:
וַיִּבְרָ֨א אֱלֹהִ֤ים׀ אֶת־הָֽאָדָם֙ בְּצַלְמ֔וֹ בְּצֶ֥לֶם אֱלֹהִ֖ים בָּרָ֣א אֹת֑וֹ זָכָ֥ר וּנְקֵבָ֖ה בָּרָ֥א אֹתָֽם׃
che in italiano suona (traduzione di Samuel David Luzzatto, 1872 - chi preferisce delle traduzioni cristiane commentate può servirsi qui):
Iddio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò.
Però, se la Bibbia è un testo ebraico destinato innanzitutto agli ebrei, sarebbe estremamente opportuno sapere come loro interpretano quel versetto; una buona introduzione ce la dà rav Pinchas Kahn nell'articolo The Duality of Man: A Study in Talmudic Allegorical Interpretations, pubblicato nel Jewish Bible Quarterly, Vol. 36, No. 2, 2008.

Come potete leggere, l'interpretazione preferita dagli ebrei ortodossi (quindi non sospetti di LGBT-friendliness, al contrario dei riformati, dei conservatori, dei ricostruzionisti, degli umanisti, dei rinnovatori), in una linea interpretativa che va da rav Geremia figlio di Eleazaro (amoreo della seconda metà del 3° Secolo EV) fino a rav Joseph Ber Soloveitchik (1903-1993) è puramente allegorica.

Infatti l'uomo viene visto come una creatura duale, spirituale e materiale, umana e divina, che sperimenta Dio come immanente e trascendente, e grazie al suo dualismo intrinseco diventa capace di scelte morali.

Per Soloveitchik sono le doti intellettive e cognitive, la sua autocoscienza e capacità di scelta che rendono l'uomo "immagine di Dio"; ma essendo egli parte della creazione, può decidere di accontentarsi di quello che è anziché cercare di migliorarsi e foggiare il suo destino.

La mascolinità e la femminilità, per Soloveitchik, rappresentano allegorie dell'attività e della passività, caratteristiche positive (se usate al momento opportuno) che si trovano in ogni persona, indipendentemente dal suo genere.

Citiamo il rabbino [Joseph B. Soloveitchik, Family Redeemed, ISBN-13: 978-0881257953, (New York: Toras HoRav Foundation, 2000) pp. 69,70]:
I principi della creatività e della recettività, dell'agire e del subire, dello stimolare e dell'assorbire, dell'aggressività e della tolleranza, dell'iniziare e del completare, dell'emanazione illimitata di un essere trascendente e della misurata riflessione del cosmo, sono ritratti dal motivo duale della mascolinità e della femminilità all'interno della nostra esperienza religiosa ... La trascendenza incondizionata, creativa, infinita, e l'immanenza autocondizionata, ricettiva e finita di Dio sono simbolizzati dalla mascolinità e dalla femminilità.
C'è molta ironia nel mio citare: i cristiani si divertono ad accusare gli ebrei di essere vittime di un'interpretazione troppo concreta della Bibbia, ma quando diventano omofobi dimostrano quanto bisogno abbia l'omofobia dell'incapacità di simbolizzare per attecchire nella mente di una persona.

Si potrebbe osservare inoltre che Maimonide (1138-1204) nella Guida dei Perplessi, avvertiva che la Torah va presa alla lettera, salvo che il significato letterale non sia assurdo (Esodo 13:9: "con braccio forte il Signore ti trasse dall’Egitto" [trad. Luzzatto 1872; traduzioni cristiane]) oppure provato falso (Giosuè 10:12: "Sole, fermati su Gabaon, e Luna, sulla valle di Aialon" [traduzione mia; traduzioni cristiane - a dire il vero, Giosuè non fa parte del Pentateuco, e l'esempio è più importante per i cristiani che per gli ebrei, ma è molto chiaro]) - nel qual caso si deve intendere il testo biblico come una metafora.

A quanto pare, tutti gli interpreti ebrei che hanno interpretato Genesi 1:27 in questo modo si sono resi conto che il binarismo dei generi non aveva senso, e che l'interpretazione del versetto non poteva essere letterale.

Ed infatti gli autori del Talmud conoscevano l'intersessualità, tant'è vero che le loro opinioni sono tuttora alla base dei responsa emessi in questi casi (vedi: Tumtum and Androgynous / Rabbi Alfred Cohen. - Journal of Halacha & Contemporary Society XXXVIII; Fall 1999 - Sukkot 5760), e non mancano gli ebrei transgender che si lamentano che i rabbini ortodossi contemporanei ignorano quello che 17 secoli fa era già noto ai loro colleghi - cioè che non ci sono solo due generi! L'ebrea lesbica Judith Butler non ha inventato assolutamente nulla.

Di contro, secondo la Jewish Encyclopedia (1909), i padri della Chiesa rifiutavano le considerazioni ebraiche sull'androginia di Adamo (prima che da lui fosse tratta Eva) come "dannate favole degli ebrei", e questo dà all'insistenza su un'interpretazione letterale di Genesi 1:27 un tratto non solo omofobico, ma anche antisemitico, in quanto delegittima l'interpretazione ebraica della Torah. Si vuol riportare il cristianesimo all'epoca di Agostino d'Ippona!

Mi piace ora però parlare di un altro rabbino: Hillel il vecchio, quello diventato famoso per aver condensato la Torah nella Regola Aurea:
Quello che ti è odioso, non lo fare al tuo prossimo. Questa è tutta la Torah, il resto ne è il commento. Va' e studia. [Talmud bShabbat 31a (aramaico, inglese)]
Hillel aveva appena realizzato il sogno della sua vita diventando Nasi, il principe del Sinedrio, per aver brillantemente risposto ad un quesito halachico (che riguarda la legge religiosa ebraica): se la vigilia di Pasqua cade di Sabato, si possono eseguire i sacrifici nel Tempio?

La sua risposta fu che anche i sacrifici offerti dalle singole persone (come quello pasquale) e non solo quelli offerti a nome di tutti, potevano eseguiti anche di Sabato, in deroga al divieto di lavorare in quel giorno.

Ma subito fu rivolta a lui una domanda a cui non seppe rispondere - ovvero, che fare se uno si era dimenticato di portare il coltello al tempio per il sacrificio, prima di Sabato?

Hillel dovette ammettere di essersi scordato la risposta, ma si trasse d'impaccio dicendo di non preoccuparsi, perché:
"Una soluzione si troverà, perché, anche se gli ebrei non sono profeti essi stessi, sono i figli dei profeti". [Talmud bPesachim 66a (aramaico, parafrasi in inglese)]
Così fu: il mattino dopo si videro i capifamiglia menare al tempio gli agnelli da sacrificare con il coltello legato al vello, oppure tra le corna. Questo modo insolito di trasportare un oggetto era la scappatoia che permetteva di farlo uscire di casa di Sabato per portarlo al Tempio.

[La scappatoia ha questa spiegazione: eseguire il sacrificio pasquale è un comandamento biblico, ed è comandamento biblico pure non portare oggetti nel modo solito dall'interno all'esterno di un dominio, o viceversa, di Sabato - e due comandamenti biblici non si possono bilanciare. Ma se l'oggetto è trasportato in modo insolito, il divieto si degrada a rabbinico, e quindi cede di fronte al comandamento biblico di compiere quel sacrificio.]

Quel giorno gli ebrei si dimostrarono all'altezza della loro fama, e diedero la giusta lezione di umiltà a rav Hillel, a cui il successo aveva dato alla testa.

Passiamo da rav Hillel ad un suo correligionario vissuto 19 secoli dopo: Graziadio Isaia Ascoli (1829-1907), linguista ebreo italiano. Patriota ed irredentista, è noto per aver coniato le locuzioni "Venezia Tridentina, Venezia Euganea, Venezia Giulia", per la sua prima classificazione sistematica dei dialetti italiani, e per aver sviluppato la teoria del "sostrato" linguistico, ovvero del modo in cui un popolo subalterno resiste al dominio linguistico di un altro alterando il modo in cui parla la lingua di quest'ultimo - anche se la lingua subalterna infine scompare, la lingua dominante non rimane immutata.

Graziadio Isaia Ascoli influenzò profondamente Antonio Gramsci (1891-1937), in quanto lo convinse che una lingua doveva per forza esprimere la filosofia di un popolo, e non nascere a tavolino come l'esperanto.

[Mi permetto qui di dissentire con Gramsci: il suo rifiuto dell'esperanto era anche il rifiuto dell'ideale cosmopolita, anziché nazional-popolare, che rappresentava, incarnato da un altro ebreo, Ludwik Lazar Zamenhof (1859-1917), e che piace anche a me (post 1, post 2). Ne riparlerò, perché la possibile diatriba tra Ascoli e Zamenhof è una di quelle "discussioni per amore del Cielo" che dureranno per sempre (Pirqei Avot, 5:20 - traduzione inglese).]

Per Ascoli prima e Gramsci poi, un'unificazione linguistica poteva essere solo il frutto dello sviluppo storico concreto, che creava una nuova classe egemone che usava la lingua come veicolo ideologico; e la grammatica non poteva nascere da considerazioni teoriche (come inevitabilmente è quella di una lingua artificiale od un linguaggio di programmazione), ma solo dalla concreta esperienza del popolo che la adoperava - la grammatica è un'"istantanea" di quell'esperienza, e, potrei aggiungere, la grammatica storica il suo film.

Da questo punto di vista, l'articolo 35, comma 1, del DPR 3 novembre 2000, n. 396:
Il nome imposto al bambino deve corrispondere al sesso (...)
è una colossale sciocchezza (il ragionier Ugo Fantozzi avrebbe usato un'altra espressione, molto appropriata, ma non voglio offendere un grande regista), in quanto pretende di cristallizzare la grammatica imponendo un binarismo di genere anche qualora i suoi parlanti lo ritengano superato.

Ho parlato di Hillel, Ascoli, Gramsci - il quale ultimo non fu solo seguace del filosofo ebreo Karl Heinrich Marx (1818-1883), ma anche marito di una donna ebrea (ed il midrash Genesi Rabbah avverte che una moglie influenza il marito più del contrario), Julka Schucht (1894-1980) - per introdurre un piccolo studio che ho fatto sull'onomastica ebraica.

Non ho fatto granché: sono entrato nel sito AllHebrewNames.com il giorno 06/10/2014, ed ho controllato quanti nomi ebraici:
  • sono adatti ad un maschietto: 1984;
  • sono adatti ad una femminuccia: 2553;
  • sono adatti a tutti i bambini: 1299.
Il totale dei nomi registrati è però 3238 - questo perché nelle prime due categorie sono compresi anche i nomi "unisex".

Rifacendo i conti sottraendo quei nomi, scopriamo che in ebraico ci sono
  • 685 nomi esclusivamente maschili (21,15%);
  • 1254 nomi esclusivamente femminili (38,73%);
  • 1299 nomi per tutt* (40,12%) - tra cui il mio nome Yona.
Sia gli intellettuali (tale infatti è un rabbino) che il popolo ebraico hanno sentenziato che Genesi 1:27 non significa che uomini e donne debbono essere rigidamente distinti in quanto la loro ontologia dà loro diverse qualità che devono essere evidenti già dal nome.

Questa è un'ossessione cristiana che non ha alcuna base biblica, bensì gnostica. Si ritorna al serio problema già sollevato in precedenza: gli omofobi cristiani sono la nuova versione del marcionismo, e nessuno li sconfessa come meriterebbero.

Raffaele Yona Ladu
Dottore in Psicologia Generale e Sperimenale

lunedì 22 settembre 2014

Interessante sermone di Yom Kippur

Ieri, Domenica 21 Settembre 2014, che per il calendario liturgico cattolico era la 25^ Domenica del Tempo Ordinario, Anno A, ho accompagnato mia moglie a messa, presso la sede de la parola, associazione di omosessuali credenti di Vicenza.

Il brano del Vangelo letto era Matteo 20:1-16, che vi riporto per comodità:
01 «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all'alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna.
02 Accordatosi con loro per un denaro al giorno, li mandò nella sua vigna.
03 Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano sulla piazza disoccupati
04 e disse loro: Andate anche voi nella mia vigna; quello che è giusto ve lo darò. Ed essi andarono.
05 Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre e fece altrettanto.
06 Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano là e disse loro: Perché ve ne state qui tutto il giorno oziosi?
07 Gli risposero: Perché nessuno ci ha presi a giornata. Ed egli disse loro: Andate anche voi nella mia vigna.
08 Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: Chiama gli operai e dà loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi.
09 Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro.
10 Quando arrivarono i primi, pensavano che avrebbero ricevuto di più. Ma anch'essi ricevettero un denaro per ciascuno.
11 Nel ritirarlo però, mormoravano contro il padrone dicendo:
12 Questi ultimi hanno lavorato un'ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo.
13 Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse convenuto con me per un denaro?
14 Prendi il tuo e vattene; ma io voglio dare anche a quest'ultimo quanto a te.
15 Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?
16 Così gli ultimi saranno primi, e i primi ultimi».
Contate quante volte il padrone va in cerca di braccianti per la vigna:
  1. All'alba;
  2. Alle nove del mattino;
  3. A mezzogiorno;
  4. Alle tre del pomeriggio;
  5. Alle cinque - un'ora prima del tramonto.
È il numero delle preghiere per lo Yom Kippur, il Giorno dell'Espiazione ebraico - ma gli orari sono diversi, come da questo elenco:
  1. Kol Nidre/Ma'ariv (al tramonto della vigilia);
  2. Shacharit (di primo mattino);
  3. Mussaf/'Avodà (verso mezzodì);
  4. Minchà (nel primo pomeriggio);
  5. Neilah (verso il tramonto).
Ed il rituale è cambiato da allora (il Kol Nidre è attestato per la prima volta diversi secoli dopo Gesù).

Direi che l'autore della parabola ha fatto un sermone sull'atteggiamento da tenere il Giorno dell'Espiazione: questo giorno è fatto apposta per dare l'ultima opportunità a chi tarda a pentirsi, e non bisogna lamentarsi di chi fa tardi due volte - cioè di chi non aspetta solo l'ultimo giorno, ma anche l'ultima ora per farlo.

Non è esortazione inutile questa: chi è stato in una sinagoga il giorno di Kippur si rende conto che, anche se la maggioranza degli ebrei ci passa l'intero giorno, molti arrivano nel pomeriggio, e c'è sempre un bel gruppo che arriva all'ultimo momento, perché altri impegni, familiari (se un vostro parente è infermo, lo abbandonate a se stesso? O lo portate in un luogo santo, ma in cui non potrebbe essere assistito a dovere?) o, qualche volta, lavorativi (è vero, l'Intesa consente agli ebrei di non lavorare in quel giorno - ma quanti lavoratori precari possono davvero permetterselo?), hanno impedito loro di santificare completamente il Sabato dei Sabati.

E come reagiscono i rabbini a questa situazione? Pregando i più osservanti di non mugugnare contro i meno osservanti - proprio come fa il padrone della vigna descritto da Gesù.

La parola ebraica "'avodah" vuol dire letteralmente "servizio", e significa sia lavoro produttivo, che culto divino (corrisponde molto bene quindi al latino "opus"). L'unico "servizio" possibile da compiersi in un giorno solo, in cui l'opera di un'ora sola vale come quella dell'intera giornata, è la purificazione di sé e della comunità.

Esiste anche un libro di preghiera ebraico che si chiama "Siddur 'Avodat YHWH Shalem = Ordinamento Completo dell'Opera del Signore".

La vigna come metafora della comunità è particolarmente adatta a questa parabola, perché la vendemmia viene completata in settembre, nell'imminenza dei Giorni Terribili, e la Festa delle Capanne, che inizia cinque giorni dopo quello dell'Espiazione, va celebrata appunto dopo il raccolto del grano e dell'uva (Deuteronomio 16:13).

Inoltre, la vendemmia era un lavoro agricolo che richiedeva molta manodopera, dato che le macchine vendemmiatrici sono state sviluppate solo a partire dagli anni '50. Com'è possibile che, in una stagione agricola piena di lavoro, ci siano in una pubblica piazza, addirittura alle cinque del pomeriggio, dei braccianti oziosi a disposizione del padrone della vigna di cui parla Gesù?

Una spiegazione la dà Esodo 34:21:
Sei giorni lavorerai, e nel giorno settimo riposerai; anche nella stagione dell’arare e del mietere riposerai (nel sabbato) [Shadal 1872; traduzioni cristiane]. 
I "batlanim = perdigiorno" che si trovano in piazza vi stanno trascorrendo o il Sabato, od un giorno di festa, in cui l'unico "servizio" consentito è il culto divino.

Gmar Chàtima Tovà,
Raffaele Yona Ladu



P. S.: Non sto proponendo di assumere il fondatore del cristianesimo come rabbino; faccio semplicemente notare come la "cancellazione ebraica", all'opera anche in molti cristiani colti e bendisposti, impedisca di notare delle cose lampanti nel messaggio di Gesù.

Nel caso di questa parabola, il commento che ne dà la Nuovissima versione della Bibbia dai testi originali, delle Edizioni San Paolo, dice che Gesù con questa parabola abolisce l'Elezione d'Israele: i chiamati dell'ultima ora sono i pagani, quelli della prima ora gli ebrei - e tutti ricevono la medesima ricompensa.

Ma, se le cinque chiamate sono davvero le cinque preghiere del Giorno dell'Espiazione, quest'interpretazione non ha senso, perché nell'ebraismo, biblico e postbiblico, quel Giorno serve a purificare sia il Tempio che il peculiare organismo cultuale che è il popolo ebraico - niente di più.

Non è il Giorno dell'Espiazione la festa in cui il popolo ebraico si preoccupa del resto del mondo, bensì la Festa delle Capanne, perché i 70 tori sacrificati un tempo in quell'occasione (Numeri 29:12-34) servivano ad espiare i peccati delle mitiche 70 nazioni del mondo (ora che non c'è più il Tempio, i sacrifici sono sostituiti dalle preghiere - vedi Osea 14:2).

La spiegazione più ovvia, se si parte dal presupposto che questa parabola è in realtà un sermone di Kippur, è che gli oziosi fossero in realtà degli 'am ha-aretz, ovvero i discendenti degli ebrei che NON erano stati deportati a Babilonia dagli Assiri (i quali non avevano i mezzi per deportare interi popoli, e probabilmente si erano limitati a deportare solo le élite culturali ebraiche, per prevenire una rivolta nell'immediato, e per addomesticarle a più lunga scadenza), ed erano rimasti in Terra d'Israele conservando un giudaismo ancestrale che si dimostrava refrattario alle innovazioni dei farisei, ed attirava il cordiale disprezzo di questi ultimi.

E questa è un'altra spiegazione del perché si riesce a trovare alle cinque del pomeriggio di un giorno di intenso "lavoro" dei perdigiorno nella pubblica piazza: coloro che confessano che nessuno li ha presi a giornata ammettono di essere stati trovati inadeguati.

L'inadeguatezza, va detto, ci sarebbe stata anche se il lavoro fosse stato agricolo anziché cultuale: perchè il vino sia kasher, occorre che dal momento della spremitura dei chicchi all'imbottigliamento (od inanforamento, si dovrebbe dire forse per l'epoca di Gesù) il liquido sia trattato esclusivamente da ebrei osservanti.

Gli 'am ha-aretz non erano considerati osservanti dai farisei (i non ebrei meno che meno), e se dalla vigna della parabola non si ricavava uva da tavola, ma da vino, e quindi chi coglieva i grappoli doveva anche pigiarli, allora il padrone, a rigor di logica, avrebbe dovuto escludere gli 'am ha-aretz per assumere solo ebrei di provata osservanza, pena la perdita della certificazione rabbinica (chi ha letto il Talmud, e specialmente bBava Metzia 59b, sa che l'idea che dei rabbini possano "decertificare" proprio la Vigna dell'Eterno non è così peregrina).

Ma Gesù si rivolge invece a coloro che non possono ambire al livello di osservanza dei farisei a cui lui si contrapponeva, e li rassicura dicendo che il padrone della vigna vuole anche loro, e che il poco che possono fare è comunque prezioso - anzi, vale altrettanto.

La parabola che più si avvicina a questa è quella dell'obolo della vedova (Marco 12:41-44; Luca 21:1-4).

Però, con tutte queste buone ragioni contro l'interpretazione tradizionale cristiana, uno si deve chiedere come è nata in primo luogo. Sarebbe estremamente opportuna un'indagine patristica, per capire a quando risale la sua prima attestazione - se fosse tanto antica da poter essere credibilmente attribuita all'entourage di Gesù, dovremmo chiederci se Gesù non avesse davvero voluto rendere inclusivo lo Yom Kippur (Matteo 15:21-28Ebrei 9:11-28).

Questo sarebbe anche in linea con il messaggio del Libro di Giona (che ho qui commentato), lettura prescritta per lo Yom Kippur: Giona non voleva salvare i niniviti, ma l'Eterno glielo impose - anzi, il senso della sua vicenda che ho colto leggendo alcuni midrashim è che la missione di Giona non serviva tanto a salvare i niniviti (si sono convertiti in un amen!), quanto lui stesso, che non sapeva più qual era la missione del popolo ebraico.

E Gesù conosce molto bene il simbolismo della Festa delle Capanne (Giovanni 7:10-53), la più universalistica delle feste ebraiche - sarebbe necessario a questo punto ripassare i rapporti tra le due feste, nell'ebraismo e nel NT.

giovedì 18 settembre 2014

Qui non si certifica

Sono il tesoriere di Lieviti, un'Associazione di Promozione Sociale dedicata alle persone bisessuali, e mi è stato chiesto se non sia il caso per la nostra associazione di distinguere i "veri bisessuali" dai "falsi bisessuali" - questi ultimi sarebbero quelli che si dichiarano bisessuali senza riconoscere in sé la potenzialità di essere attratti da più di un genere, e si dice che screditino la categoria.

Ricordo la definizione di bisessuale che abbiamo mutuato da Robyn Ochs:
Mi dichiaro bisessuale perché riconosco di avere in me la potenzialità di essere attratt* - romanticamente e/o sessualmente - da persone di più di un sesso e/o genere, non necessariamente nello stesso momento, non necessariamente nello stesso modo, e non necessariamente nello stesso grado.
L'idea di distinguere i "veri" dai "falsi" non mi piace per niente, e, poiché il quesito mi pare di carattere generale, preferisco dare una risposta pubblica; non la pubblico nel blog di Lieviti, ma in quello che cronaca la mia vita di persona che si identifica come ebreo, perché ha a che fare anche con la concezione che ho dell'identità ebraica.

domenica 31 agosto 2014

Ho scelto il mio nome ebraico: Yona

Provo a spiegarmi un po': uno che si identifica come ebreo dovrebbe avere un nome ebreo, magari in aggiunta al suo nome anagrafico. Chi ha degli amici ebrei se lo può far spiegare bene da loro; a chi non li ha faccio solo l'esempio di Sigmund Freud, il cui nome completo sarebbe Sigismund Shlomo Freud ["Shlomo" è la forma ebraica di "Salomone"].

Tra i nomi possibili ho scelto Yona, per questi motivi: innanzitutto, la sua prima sillaba (YW) viene spesso usata come abbreviazione del Nome Ineffabile (YHWH); come molti nomi ebraici, si addice ad ambo i generi - quindi mi va bene che io transizioni o meno; inoltre ha un bel significato (yona = colomb*), e, curiosamente, il diminutivo ebraico di "yona" è "yoni", che in sanscrito è la sacra vulva della Shakti - il mio oscuro (???) oggetto del desiderio (!!!).

Infine, Yona è un personaggio biblico: il profeta Giona, che riluttava ad obbedire a Dio, ma infine lo dovette fare per forza dopo aver trascorso tre giorni dentro una balena. Arf!

Raffaele Yona Ladu



P. S.: Oggi, 7 Settembre 2014, mi è stato fatto notare nel mio paese in Sardegna che il soprannome della famiglia di mio padre è "Puggione", cioè ... "uccello, piccione".

Senza saperlo, ho tradotto in ebraico il soprannome di famiglia ;-)

venerdì 22 agosto 2014

Sono arrivate le tessere SHJ

Ieri, 21 Agosto 2014/25 Av 5774, mi sono arrivati per posta del materiale informativo della Society for Humanistic Judaism [Società per l'Ebraismo Umanistico] e le tessere sociali mia e di mia moglie.

La mia tessera

venerdì 8 agosto 2014

Inizio

Il 29 Luglio 2014/3 Av 5774, dopo essermi consultato con la rabbina Miriam Jerris, ho pagato la quota sociale della Society for Humanistic Judaism (SHJ).

È il punto di arrivo di un percorso ultradecennale in cui ho studiato la cultura ebraica, ho imparato un po' di ebraico, sono stato più volte in Israele.

La spinta definitiva l'ha data il post a cui ho risposto qui, e vi spiego perché. Il cardinale Newman, improvvidamente rivalutato da Benedetto 16°, mostra che cosa succede quando una religione si pone come obbiettivo di convertire il mondo intero: perde la capacità di gestire il pluralismo.

Per il cristianesimo il pluralismo religioso è una cosa transitoria, che scomparirà alla fine dei tempi, e la teologia più tollerante che riesce ad elaborare è quella della pazienza (di cui la Dignitatis Humanae è la massima espressione).

Niente pluralismo religioso, niente pluralismo culturale, niente pluralismo delle identità sessuali e di genere - dopo aver sposato mia moglie, presidentessa di Lieviti, quest'ultimo è diventato il mio problema principale.